
Nel nome del padre, del figlio e del mito scolastico neutrale,buonanotte e amen (figlio mio, perché ti gratti lo sterno?)
Al passaggio del carro funebre la gente portava la mano destra al capo, alle spalle e al cuore. Il figlio di Charles Glenn si grattava lo sterno. «Che combini, figlio mio?», chiese basito. «Faccio il gesto che fanno tutti, papà», rispose quello, coll’accento di rimprovero che sanno avere solo i figli di sette anni verso i padri ignoranti. E l'”ignorante”, che è un colto quanto bizzarro esperto americano di sistemi scolastici, che ha studiato letteratura comparata ad Harvard, teologia e scienze bibliche a Berkeley, Tubinga e Cambridge, che si è specializzato in Politiche amministrative della scuola alla Harvard Graduate School of Education e ha conseguito il dottorato in Religione e Cultura moderna, che oggi dirige il Dipartimento di Scienza dell’Educazione alla Boston University, e che ha pubblicato nel 1988 The Myth of the Common School (uno dei testi più importanti sulla storia della scuola dal secolo XIX ad oggi, tradotto in Italia l’anno passato), serafico ribattè: «E chi te lo ha insegnato che per farsi il segno di croce bisogna grattarsi il petto?». «Ma che domande papà, me lo hanno insegnato a scuola, i padri gesuiti». Sarebbe bastata l’erudizione di una vita a Glenn per capire l’origine storica e anche culturale di quella deprimente istruzione che dalla Rivoluzione giacobina era arrivata (tramite dei preti!) a intaccare anche il cuore e la mente del sesto dei suoi sette figli. Ma lui, da buon padre, prese appuntamento col preside del collegio e sempre lui, evangelico protestante, andò a chiedere ragione del perché quegli insegnanti «fossero così poco cattolici». Domanda: «Come potete dire che la vostra è una scuola confessionale, se non spiegate nemmeno ai vostri alunni il senso del segno di croce?». Risposta: «Noi siamo cattolici perché insegnamo a volere bene ai nostri fratelli». «Questo si fa ovunque. Qual è la vostra “firma educativa” in quanto credenti?». La risposta che Glenn ricevette fu un eloquente e imbarazzato silenzio.
SUGGERE IL LATTE REPUBBLICANO
Nei pressi di Boston, dove la nutrita famiglia Glenn risiede, circa una quarantina di scuole cattoliche e un’ottantina di parrocchie stanno chiudendo a causa dello “scandalo dei preti pedofili”. La vicenda risale a qualche anno fa, ma la stima per il mondo cattolico e le iscrizioni alle scuole gestite da religiosi, da allora, non si sono più riprese. «Al disfattismo e alla sfiducia culturale dei responsabili delle scuole cattoliche ed evangeliche americane – racconta Glenn a Tempi – torno sempre a ripetere che invece no, è proprio questa abdicazione della propria identità il passo che li porterà alla completa rovina». Se la difesa del carattere confessionale degli istituti Glenn la ricava dallo studio dei libri, la speranza che non tutto sia perduto, e che anzi molto ci sia da fare e faticare, il professore la desume dall’osservazione dei tempi odierni «dove ancora si può ricavare uno spazio per un’educazione che non sia solo istruzione e si possa contestare l’identificazione di “pubblico” con “statale”, di “comune” con “unico”, di “laico” con “neutrale”».
Per lo studioso statunitense il punto di partenza è che «nessun aspetto della scuola può essere veramente neutrale» e che dunque la pretesa formula secondo cui solo una scuola gestita dallo Stato garantisce un’educazione imparziale è «semplicemente falsa». Il suo Il mito della scuola unica (Marietti 1820, 2004) sviscera l’assunto entrando nelle pieghe di quella che, più che la storia di un’istituzione, è la metamorfosi di un’idea in mito. E non di un mito qualunque, ma di quella vicenda che, sul crinale fra la libertà del singolo e le necessità sociali, costituisce – scrive in un passo dell’opera – «l’ideologia che sostiene la democrazia moderna». è un mito che ha avuto la sua epifania durante gli anni della rivoluzione francese come testimoniano le parole di Danton davanti alla Convenzione nazionale: «È tempo di ristabilire il grande principio per cui i bambini appartengono alla Repubblica più che ai loro genitori. È nelle scuole nazionali che i bambini debbono suggere il latte repubblicano». è un mito che poi si è trasferito anche negli Stati Uniti dove, nell’Ottocento, Horace Mann, primo segretario del Consiglio per l’istruzione del Massachusetts, concepì l’istruzione secondo una direttiva aconfessionale, classificando come settario ogni altro tipo di educazione che ostacolasse «l’unificazione nazionale mediante la socializzazione comune». Ed un mito che è arrivato anche in Italia dove, dopo aver squalificato la Chiesa perché ritenuta di inattendibile parzialità, s’è creato un nuovo modello educativo di pretesa neutralità. Che poi, alla resa dei conti, altro non ha fatto se non sostituire a certi riti altri riti, a certe burocrazie altre burocrazie, a certi divieti altri divieti. Con l’unico risultato di essere, se possibile, più clericale del suo modello originale.
«Il problema attuale italiano – spiega Glenn a Tempi – è la rigidità degli elenchi degli insegnanti: la scuola non può scegliere il docente. Come può essere coerente con il proprio scopo educativo? Come fanno i genitori che vogliono che la scuola educhi secondo certi princìpi a essere garantiti che ciò avvenga se l’istituto stesso non può decidere quali insegnanti mandare in cattedra?». Dopo il disastro di Berlinguer – che «ha reso i professori degli impiegati statali» – ancora si fatica a vedere un via d’uscita per il modello italiano, «anche se alcuni esperimenti, come il buono scuola lombardo, segnano un punto di speranza». Se dovesse dare un suggerimento al ministro Moratti, Glenn consiglierebbe di guardare all’Olanda «dove lo Stato definisce alcune materie curricolari indispensabili, ma lascia ad ogni istituto la libertà di applicare la propria filosofia educativa». Risultato? «Il 30 per cento frequenta istituti statali, il 70 sceglie le scuole private».
Chi ritenga a questo punto di trovarsi di fronte a uno strenuo difensore dell’individuo che si spinge fin sui terreni di un individualismo tenacemente arroccato nella salvaguardia dei propri privilegi, tanto da aborrire la gestione della res publica, si sbaglierebbe. Ancora una volta, oltre alle parole dei suoi libri, fa fede la sua esperienza personale. «Cinque dei miei sette figli hanno frequentato scuole pubbliche tra le più povere del Massachusetts. Per anni sono stato incaricato dal governo di elaborare i programmi degli istituti dei più indigenti e così mi sembrava moralmente congruo che anche i miei figli provassero questo tipo di esperienza». Ma oltre all’aspetto biografico Glenn ci tiene a sostenere che «io non voglio la neutralità a scuola, voglio uno Stato laico. Altrimenti si rischia l’errore dell’estremo opposto: nei paesi comunisti e nella Germania nazista la scuola non correva il pericolo di essere neutrale per il semplice fatto di essere tirannica».
DA RIMINI A BOSTON
La serietà dello studioso gli impone di non accontentarsi delle certezze raggiunte. In più, in questo caso, la problematica assume caratteri profondamente esistenziali. Glenn spiega che il paradosso che lo «strugge da vent’anni» e che ancora lo «addolora» è riuscire a capire come bilanciare la necessità di una comunicazione di certezze valide per tutta la vita, nel rispetto della libertà di coscienza dell’altro. Con questo spirito ha partecipato in agosto al Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione perché pensa «che il metodo indicato da don Luigi Giussani sia quello da seguire. Father Giussani descrive l’educazione come “rischio”, come capacità di insegnare all’alunno quella criticità che solleva domande non finalizzate ad un compiacimento estetico-esistenziale, ma alla comprensione della realtà». Questa intuizione è per lo studioso «una rarità» in un mondo dove «la maggior parte dei sistemi scolastici ti dicono “come” imparare, senza implicare la tua intelligenza nel capire “perché”». è per questo che si dice ben lieto – lui protestante evangelico – che a Boston nasca una scuola su ispirazione del movimento cattolico italiano. «è la nostra sola speranza».
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