
Meeting Rimini 2012. Fratel Ettore, la carità è educazione
«La carità non è assistenzialismo. La carità è educazione. Bisogna mettersi al livello dell’altro, non sopra, ma di di fianco. E insegnare ad avere loro, per primi, rispetto per se stessi. Perché, come diceva fratel Ettore, bisogna togliere il povero dall’immondizia per farlo sedere tra i capi del regno». Si potrebbe riassumere così, con le parole di suor Teresa Martino, la vita di Ettore Boschini, il frate camilliano che dagli anni Settanta fino alla sua morte, avvenuta il 20 agosto 2004, ha letteralmente scandalizzato Milano con la forza dell’esempio, ricordando alla capitale economica italiana le sue responsabilità verso una classe di disperati confinati nei cunicoli della Stazione Centrale: poveri, emigrati, tossici, prostitute, malati mentali, infermi e alcolisti. Oggi, il tratto di continuità più evidente tra passato e presente, Opera e carisma, è sorella Teresa Martino, la più stretta collaboratrice del frate, scelta proprio da lui come guida della sua Opera.
Già, Oprea, perché fratel Ettore ha aperto la strada a un modo nuovo di intendere la carità: non più assistenza episodica, niente offerte di cibo o vestiti, ma un vero e proprio percorso di vita insieme, nella stessa casa, con l’obiettivo comune della santità. Il primo rifugio è sorto in due saloni sotto i binari della Stazione Centrale che i milanesi hanno definito la cattedrale di fratel Ettore. Qui dava rifugio, un pasto, medicava e lavava centinaia di persone che ogni giorno si rivolgevano a lui. Alla fine degli anni Settanta, a Seveso, è nata Betania delle Beatitudini, la casa madre dell’Opera, «una vera e propria comunità protetta dove oggi vivono 53 persone, ognuno con un proprio compito: chi si occupa della spesa e chi di far da mangiare per tutti, poi ci sono i lavori di manutenzione, di pulizia, giardinaggio», spiega suor Teresa. Non è finita qui, perché dopo Seveso sono sorte altre comunità a Chieti, Vercelli, Roma. E perfino a Bogotà, in Colombia: una missione per i poveri più poveri e i moribondi.
Seguire fratel Ettore non era semplice. Ha vissuto di corsa, vestito solo di una lunga talare nera marchiata sul petto da un’enorme croce rossa, sempre al servizio dei poveri, persone con difficoltà fisiche e intellettuali, ma comunque figli di Dio. «Ettore li trattava così, nella debolezza vedeva la forza, sapeva valorizzare le fragilità.Tanti sono rifioriti, come Gioacchino – nome di fantasia – arrivato vent’anni fa in carrozzina con sintomi di autismo e schizofrenia. Ora sa gestire le sue crisi e la sua infermità, è diventato quasi autonomo. La prima volta che è uscito da solo dal cancello di casa Betania per andare a comprarsi il giornale ero terrorizzata. Pensavo che non ce l’avrebbe fatta. Invece è tornato e ora è a Bogotà insieme a Ester per mandare avanti la Comunidad Nazareth».
L’incontro con la compagnia Colla
Quando la forza del frate e dei suoi collaboratori non bastava, interveniva sempre la Provvidenza, in modo tangibile ed evidente a tutti. Sono tanti gli episodi che si possono citare. Suor Teresa ne racconta uno: «Quando i medici gli hanno diagnosticato il tumore al midollo non gli restavano che 10 mesi di vita. Ma lui era sereno, si preparava a incontrare Dio. In quei mesi ha pregato incessantemente e se possibile ha fatto più di quanto era riuscito a fare quando stava bene. Continuava a ripetermi che quello che avevo imparato dovevo insegnarlo ad altri. Ma a chi? Ero da sola! Ma lui continuava a dirmi di stare tranquilla. Una settimana dopo la sua morte si sono presentate davanti alla porta di casa Betania Ester e Laura, due ragazze ventenni che oggi sono ancora con me. Questa è la Provvidenza, è il frutto della fede di Ettore: rocciosa, senza incertezze, genuina e spavalda».
La vita avventurosa di fratel Ettore è stata raccontata con servizi televisivi, libri biografici, saggi, articoli di giornale. Tutti hanno speso parole per il “frate degli ultimi”. Dopo la sua morte sorella Teresa ha iniziato a pensare un nuovo modo espressivo per raccontare a tutti la storia e l’Opera di quell’uomo. Il suggerimento giusto arriva da Emanuele Fant, un ragazzo che lavora a casa Betania, appassionato di teatro. Qualche sera prima aveva assistito a uno spettacolo della compagnia Carlo Colla e figli, una famiglia di marionettisti con una dinastia che risale al 1700, una delle più importanti al mondo. «Non ci ho pensato due volte – dice suor Teresa –, ho alzato la cornetta del telefono e ho chiamato la compagnia. Ho trovato persone squisite, semplici, dei veri artisti. Ho spiegato la mia idea e ne sono stati entusiasti. Sono venuti a casa Betania per incontrarci, mettendo a nostra disposizione tutta la loro esperienza e bravura, mentre Emanuele si è messo al lavoro per scrivere la storia».
I primi servi di Dio
Un lavoro durato quasi due anni, cominciato con l’allestimento di un vero e proprio teatro delle marionette. E a costruirlo ci hanno pensato loro, i poveri di fratel Ettore che nel frattempo hanno costituito una compagnia: “Le marionette della Misericordia”. «Anche questa è un’avventura. Da subito abbiamo scartato il proposito di raccontare per intero fratel Ettore: è un personaggio troppo grande. Abbiamo tentato di rendere il sapore di una giornata passata al suo fianco, dalle 4 della mattina in Stazione Centrale fino a notte inoltrata. 24 ore passate accanto a lui, o meglio, tentando di inseguirlo», spiega Emanuele Fant. «La compagnia Colla oltre a insegnarci il mestiere si è resa disponibile a costruire le marionette. Noi ne abbiamo costruito qualche busto, la parte meno complicata, poi abbiamo realizzato il teatrino e tutte le scenografie». Anche in questo caso la Provvidenza si fa viva nel momento più difficile e in modo assolutamente inaspettato. «Quello che ci serviva è arrivato da solo: chi poteva aiutarci a costruire le marionette e il teatrino se non un falegname? E proprio un falegname in pensione è arrivato, senza che nessuno lo chiamasse. E il legno? Eccolo arrivare nella quantità necessaria dagli imprenditori della Brianza». La parte più difficile è iniziata con le selezioni: «Le marionette saranno manovrate da sei dei nostri poveri, scelti tra sessanta candidati: Abdul, Emilio, Romeo, Viorel, Vittoria e Vittorio. Di testa stanno bene e questo permette loro di memorizzare quello che devono fare. Ma tutti hanno difficoltà motorie e questo è un problema, perché spostarsi dietro il palco è complicato. Ma supereremo anche questo ostacolo».
La prima dello spettacolo, intitolato “Ettore dei poveri”, sarà al Meeting di Rimini giovedì 23 agosto. E il giorno seguente (stesso posto e stessa ora) verrà proposta la replica. «Lo spettacolo dura circa 50 minuti. Entreranno in scena sette personaggi: la marionetta di fratel Ettore è quella più grande, le altre rappresentano personaggi simbolo della sua storia. Nell’ambientazione della stazione c’è Sabatino Iefuniello, uno dei primi volontari che ha affiancato fratel Ettore, mentre in quella di casa Betania c’è Enrica Plebani. Entrambi servi di Dio, proprio come Ettore». È stato un lavoro colossale, faticoso. Spesso si è arrivati a un passo dal gettare la spugna: «È gente di strada, sono sospettosi, hanno poco senso della speranza, assolutamente pessimisti e soprattutto non sono costanti. Spesso abbiamo dovuto rincorrerli per la casa per portarli alle prove. Quando le cose non riuscivano se ne andavano via e noi dovevamo continuamente rincuorarli e incoraggiarli. Ma quando riesci a coinvolgerli sono davvero uno spettacolo: chi meglio di loro può raccontare la vita che hanno passato e quella di chi li ha salvati? Sono sicuro che andrà tutto bene. E comunque, al di là del risultato, abbiamo fatto una cosa eccezionale».
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