
Vi lamentate che alla Maturità è uscito Magris? Ma se uno studia e basta è un ignorante
L’Italia è una nazione di figli da coccolare, blandire e giustificare: questo spiega l’attenzione smodata nei confronti degli esami di maturità. In più l’Italia è una nazione dove si crede che per essere scrittori basti essere alfabetizzati: questo spiega la polemica universale che ogni anno infuria sulla scelta delle tracce del tema di Italiano. Ovvio che in una nazione di santi, poeti e sessanta milioni di ministri dell’istruzione ci sia qualcuno in grado di escogitare tracce migliori – più furbe? più eque? – del ministro accidentalmente regnante; su questo non si discute ma gli ideali vanno lasciati al mondo ideale, che per definizione non esiste. Guardando alla realtà, e la realtà è la famigerata traccia su Claudio Magris, il vero problema non è Claudio Magris ma solo e soltanto questo: l’Esame di Stato dev’essere una ricognizione dei contenuti che lo studente ha incamerato durante il liceo o la certificazione che durante il liceo ha acquisito un metodo che gli consentirà di cavarsela negli anni a venire? Anzi, mettiamola giù chiara. Vogliamo che i nostri figli facciano bella figura ripetendo a menadito ciò che è stato ripetuto loro fino alla nausea per cinque anni? O preferiamo evitare che di fronte a un colloquio di lavoro, a un capo troppo severo, a un difficile tentativo fallito, a una moglie che li lascia, protestino dicendo smarriti: “Ehi, ma questo non era in programma”?
Magris, è vero, non era in programma. Quasi nulla lo è di ciò che interessa i liceali che leggono, per quanto pochi possano essere. Saranno sempre di meno ma oggi come ieri ci sono studenti che durante la lezione di geografia astronomica tengono Anna Karenina sulle ginocchia, che invece di ritentare gli esercizi di trigonometria mandano tutto a fanculo per leggersi Bukowski, che osano preferire Flannery O’Connor al Neoclassicismo e che, se all’interrogazione di filosofia si parla di Hegel, fanno scena muta ma di Nietzsche hanno consumato libri di cui il professore nemmeno ricorda i titoli. Magris, è vero, non è né Nietzsche né Bukowski né Anna Karenina, tuttavia ha il grande pregio di essere un autore fuori programma, l’avvertenza che la letteratura non si esaurisce nel manuale e la testimonianza che ogni tanto bisogna anche prendere in mano un libro o un giornale senza che ci sia dietro il collegio docenti col gatto a nove code. Noi preferiamo lamentarci perché ai nostri figli viene chiesto di saper leggere un testo e capire cosa c’è scritto senza prima averlo studiato per cinque anni; dovremmo invece rallegrarci perché la cultura consiste nell’andare oltre il proprio dovere, nel curiosare dove non ci si aspetta, nel prendersi un rischio consapevole per saperne più degli altri. Se uno studia e basta è un ignorante.
Oggi comunque il ministero è addivenuto a più miti consigli e per la versione di latino ha scelto Quintiliano anziché Eugenio Scalfari.
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12 commenti
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Quindi la prossima volta x matematica voi proporreste di domandare una dimostrazione di un teorema fuori programma?
Ma fatemi il piacere… Noi italiani ci vogliamo veramente far male da soli
Io propongo un nuovo argomento.
Ogni epoca storica ha i suoi miti. Nel Medioevo c’erano i Crociati, nel Rinascimento gli artisti come MIchelangelo e Leonardo, nel 600-700 gli Illuministi, nel 1800 i Massoni, nell’epoca contemporanea Rocco Siffredi.
Cosa accomuna questi personaggi? Discuterne seguendo una traccia storica e/o facendo esempi
Sono una liceale maturanda e ho frequentato un liceo Scientifico. Per come la ho sempre vista io, l’analisi del testo dovrebbe soprattutto verificare la capacitá cririca, di contestualizzaIizzazione di un testo e di confronto nel contesto storico e letterario. Vero è che sia testi che autore erano ignoti, tuttavia inquadrati con una introduzione in un contesto arcinoto. Maturitá è per me anche saper estendere le proprie conoscenze dal particolare all’universale. È per questo che l’articolo trova nel mio modesto e immaturo parere pieno consenso.
Bel commento, si vede che sei riuscita ad entrare nello spirito dell’esame. Molte persone prima di parlare e proferire superficiali giudizi dovrebbero mettersi a pensare come stai facendo te. Ottimo, brava Chiara
Sono una liceale maturanda e ho frequentato un liceo Scientifico. Per come la ho sempre vista io, l’analisi del testo dovrebbe soprattutto verificare la capacitá cririca, di contestualizzaIizzazione e di confronto nel contesto storico e letterario. Vero è che sia testi che autore erano ignoti, tuttavia inquadrati con una introduzione in un contesto arcinoto. Maturitá è per me anche saper estendere le proprie conoscenze dal particolare all’universale. È per questo che l’articolo trova nel mio modesto e immaturo parere ampio consenso.
Premesso che la statura intellettuale di Magris non è in discussione, il ragionamento che lei svolge non mi trova d’accordo. Anzitutto l’esame di maturità – come tutti gli esami, d’altra parte – serve a verificare l’acquisizione di certe conoscenze, non l’avvenuto sviluppo di supposte capacità critiche o di ragionamento. Il ragionamento deve esserci, senza dubbio, ma deve essere condotto sulle conoscenze che lo studente ha acquisito nel corso dei suoi studi. Vengo al caso del tema di maturità per spiegarmi meglio. Occorrerebbe anzitutto chiarire prima cosa significhi fare analisi del testo: il problema, d’altra parte, è che siamo eredi di una cultura tradizionalmente retorica e verbosa, e pertanto ci sembra sufficiente, per analizzare un testo, stilare un lungo elenco delle figure retoriche che contiene e dei temi “esistenziali” che contiene. Questo è certamente un lavoro che si può fare su qualsiasi autore e su qualsiasi testo; ma mi chiedo se sia un lavoro utile a qualcosa. Il rischio, in altre parole, è che l’approccio esclusivamente o principalmente estetico al testo ne precluda la reale comprensione, e che, agli occhi di chi vi cerca i “grandi temi”, i testi possano sembrare tutti uguali. Il principio “autore conosciuto, testo sconosciuto”, invece, dovrebbe permettere al candidato di affiancare all’analisi estetica la contestualizzazione del testo nel contesto dell’opera dell’autore. Sarebbe difficile, giusto per fare un esempio, analizzare con consapevolezza uno dei Poemi conviviali di Pascoli senza conoscere la biografia e l’opera dell’autore.
La scelta di proporre ai candidati l’analisi di un passo di Magris, dunque, non è inopportuna o discutibile: è profondamente errata. Rappresenta un invito a scrivere di ciò che non si conosce, ed è forse uno dei simboli più eloquenti di una cultura che è sempre riccamente ammantata di retorica e spesso povera di contenuti. Non è un invito a ragionare, ma una legittimazione della vaniloquenza tanto cara a un popolo di sessanta milioni di tuttologi.
E, vede, credo che lei sbagli a ritenere che sia da elogiare chi legge Tolstoj o Bukowski invece di studiare geografia astronomica e trigonometrica, o chi conosce a menadito Nietzsche e fa scena muta su Hegel. Da studente iscritto a una Facoltà di Lettere e Filosofia, mi sento di dirle che chi preferisce Tolstoj alla trigonometria non è “ipso facto” più intelligente di chi, invece, i problemi li tenta fino a quando non li risolve. Smettiamola di credere che una (in)cultura letteraria – perché mi chiedo se si possa definire colto chi legge Tolstoj senza saperne opportunamente contestualizzare l’opera – sia geneticamente superiore alla cultura scientifica, e rendiamoci conto di cosa significhi spesso, troppo spesso, preferire un romanzo alla matematica e Nietzsche a Hegel: significa fuggire dalle difficoltà per fare qualcosa di più semplice. Nietzsche emana certamente un fascino enorme; ma mi trovi un filosofo serio che lo ritenga più complesso di Hegel. Dove sta scritto che è colto, che è intelligente chi su Hegel fa scena muta, anche se di Nietzsche ha letto l’opera completa?
Quello che manca a noi italiani non è certamente l’arte di saperci arrangiare, di fare sempre buon viso a cattivo gioco. Ci manca una cultura ampia, ci manca la cultura generale – quella vera, non quella per lobotomizzati dei test di ammissione alle università. La colpa (da questa parte della cattedra, chiaramente) è di chi a scuola ci va a scaldare il banco, ma anche di chi non saprà mai nulla di geografia astronomica perché era impegnato a leggere “Anna Karenina”. E non si confonda la cultura con l’intelligenza – sempre che poi l’intelligenza possa davvero pienamente esplicarsi in chi è senza cultura.
non posso essere più d’accordo!
Ma con tanti degni autori che i ragazzi studiano a scuola, davvero si doveva andare a pescare questo tizio che chissà se tra cent’anni verrà ricordato dalle antologie?
Davvero, adesso perfino Saviano diventa papabile per la prossima maturità…
ma và là!!! se già studiassero le cose da programma sarebbe ottimo…
se si inizia a mettere roba fuori programma siamo da manicomio
…già, e infatti la cultura è saper riconoscere le strutture fondamentali utilizzate in musica dagli autori del “pop”, mica conoscere Mozart o Francisco Tarrega.
Nessuno ha mai detto a questo qui che le strutture, le regole, le cristallizzazioni nascono sempre “dopo” la “invenzione” e che per comprendere Leopardi e cosa c’entra con me (ché QUESTA è la cultura) occorre “conoscere” Leopardi?
Mah…
Prossimo anno: Saviano !
Ahahahah
Non lo dire che ti possono prendere alla lettera 😀