
Lo “Sprofondo West” e il Concetto Occidente (e accidenti al concetto)

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Sono sconvolto. Come occidentale, come Renato F. sono demolito. Invece l’orientale Boris Godunov ride a crepapelle. Ho letto il breve saggio di Ezio Mauro, che è stato per due decenni il direttore del giornale di punta del pensiero italiano, La Repubblica, e oggi distilla sull’Espresso le sue considerazioni sul nostro mondo. Il titolo è “Sprofondo West”. È un esame terribile della nostra nullaggine, una fenomenologia dell’escremento che oggi fa essere la nostra società e la vita del cittadino una cloaca. Ma la cosa orribile è il linguaggio con cui descrive tutto ciò: non c’è nulla di più lontano da un grido che sia di dolore, di richiesta, di bisogno, di invocazione. Insomma di Dio. Che Qualcuna accada. Come si fa a non ricordare, almeno intellettualmente, che alla fine dei conti l’Occidente è nato dal “Quaerere Deum” di Benedetto da Norcia. Dalla semplicità esagerata di una povertà assoluta e bisognosa? Invece Mauro si esprime sul “concetto di Occidente”, accidenti al concetto. È la sterilità del concetto. La vita nuova, la speranza non viene dal concetto.
Ben altro suggerisce l’Oriente. Qualcosa si muove nelle profondità della Russia, nei lager della Corea del Nord, nelle persecuzioni dei cristiani ad Aleppo. E in Occidente pure: salto per una volta l’Italia, e vado a Parigi. Quante volte si è scritto, anche da parte di autorevoli ecclesiastici, che le manifestazioni per la difesa della famiglia, contro l’educazione gender, per la ripresa della semplicità della domanda essenziale sulla nostra necessità di donne e uomini, fossero cose da fondamentalisti?
Purtroppo in certi casi è stato vero. Ma chi è senza peccato? Bisogna pur valorizzare il lucignolo fumigante invece che spegnerlo. O no? Trovo una corrispondenza straordinaria di Giuseppe Rusconi su rossoporpora.org. Trascrivo il sommario: il racconto di «Benjamin Blanchard, direttore generale dell’associazione francese “SOS Chrétiens d’Orient”, nata nei mesi delle grandi manifestazioni francesi contro lo stravolgimento antropologico voluto dal governo socialista. In poco più di 3 anni sono già ottocento i giovani volontari che si sono impegnati nell’aiuto ai cristiani (e non solo) nell’area mediorientale scossa da orrendi conflitti dalle conseguenze pesantissime sulle popolazioni. Le gravi mistificazioni occidentali su Aleppo».
Tempi non ha fatto altro in questi anni che raccontare queste esperienze di fraternità. E di spiegare come in Siria la storia non era quella narrata da Obama e da Bernard Henri-Lévy. Ma qui interessa un’altra cosa. L’identità dell’Occidente. Essa poggia su due fondamenti che si tengono per mano: verità e carità. Non c’è l’una senza l’altra. La credibilità del discorso antropologico, sulla differenza sessuale, in un tempo in cui le evidenze si sono consumate – come dimostra malgré soi l’articolessa di Ezio Mauro – è solo nel fascino dell’amore che si fa gesto, pratica di vita buona, e perciò bellezza.
Non rassegnati a piangere sulle rovine
La speranza nasce qui. Dall’esperienza di un’amore che si propaga, che non teme neppure i bombardamenti. Sbagliato: li teme eccome. Ma non si lascia intimidire dalla violenza dell’Isis e da quella dell’Occidente bombardiere, pasciuto di se stesso e desolato nel suo intimo. Perché tra i cristiani c’è quella Presenza lì. Si chiama Cristo. I musulmani partecipano di questa magnifica fraternità. E il dolore e l’amore messi in comune zampillano bellezza e speranza. Come il “coro Coeur-Joie” di Damasco, fondato negli Anni Novanta e diretto da una grande figura della Chiesa siriana, padre Elias Zahlaoui: 130 cantori e musicisti che nel marzo 2016 (dopo 14 mesi di preparativi) sono riusciti a venire in Francia per una tournée di concerti in sette città: “Chants d’espérance”. Quando i 130 sono partiti da Damasco qualcuno pensava che non sarebbero tornati. Invece sono tornati tutti e il loro concerto successivo, all’Opera della capitale, è stato un trionfo («Il nostro paese, per ferito che sia, noi lo ricostruiremo, anche se siamo pochi! Pochi ma non rassegnati a piangere e a lamentarci sulle rovine!»).
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