
L’inferno di Teheran
Non è affatto strano che un analfabeta sentimentale khomeinista si sia innamorato di lei a metà della seduta di tortura e l’abbia strappata al suo destino di bersaglio di un plotone d’esecuzione, sebbene al prezzo di un matrimonio che non è stato di meno di uno stupro legalizzato, finito con la morte violenta del “salvatore”. Alla stessa maniera il pubblico del Meeting di Rimini è rimasto affascinato, e dopo quattro minuti di applausi ininterrotti si è messo in fila per farsi autografare la copia del libro dove lei ha raccontato la sua storia. Venticinque anni dopo quei terribili avvenimenti. Bianca e graziosa come una porcellana, minuta come un uccellino sfuggito alla tempesta, Marina Nemat guarda tutti con occhi che sembrano fatti apposta per contenere e trasmettere dolcezza e malinconia, ma che non smettono mai di sorridere. Troppo grande è il dono di essere ancora viva, di aver potuto alla fine sposare l’uomo che amava veramente, avere figli da lui, ricostruirsi una vita in Canada e infine scrivere un libro che sta facendo il giro del mondo tanto è avvincente nella trama e seducente nella scrittura.
Prigioniera di Teheran è un libro di memorie che pare un romanzo nel senso che si dà all’aggettivo “romanzesco”. Come si può definire diversamente la storia di una ragazza di 16 anni, cristiana nel paese dove la prima rivoluzione islamica della storia ha preso il potere, arrestata, torturata e condannata a morte con un processo segreto insieme a molti compagni di scuola solo per aver organizzato qualche sciopero di protesta contro insegnanti troppo politicizzati, salvata da un carceriere, costretta a simulare amore coniugale e una conversione religiosa per sfuggire all’incubo, quindi vedova per un regolamento di conti fra bande khomeiniste, infine profuga? «Ho imparato che ogni uomo è un misto di bene e di male, che possiamo perdonare i singoli, ma non possiamo perdonare i sistemi politici che producono questi orrori», ha detto al pubblico di Rimini.
Marina non stava parlando solo di Ali Moosavi, il marito-carceriere, ma di se stessa. Del suo bisogno di perdonare e di perdonarsi per essere stata costretta a scendere a compromessi allo scopo di salvarsi la vita, per l’insormontabile incomunicabilità con sua madre fino alla morte di lei, per aver taciuto per tanti anni. In realtà il fascino segreto di Prigioniera di Teheran è di non essere soltanto un commovente resoconto delle sofferenze dei prigionieri politici nel carcere di Evin (tuttora funzionante a pieno regime), ma un lavoro che combina la denuncia politica col bisogno di raccontare una storia personale per comunicare qualcosa di profondo intorno all’umano. Questo qualcosa è una duplice scoperta: la scoperta del proprio personale limite («ogni persona ha un limite, che la tortura e le intimidazioni portano alla luce»), che porta a sottomettersi, a tradire qualcosa di sé per avere salva la vita, e la scoperta che c’è un’essenza della persona che resta intatta al di là dei suoi compromessi e cedimenti. Il famoso “cuore puro” del salmo 50. È anche per questo che lettori e ascoltatori di Marina Nemat si sentono attirati e nobilitati dal fascino della sua scrittura e della sua persona: perché trovano in lei qualcuno capace di esprimere l’intreccio di fragilità e di forza, di senso di colpa e di dignità insopprimibile che ciascuno di noi sa di essere.
Perché sono passati 25 anni fra i fatti narrati nel libro e il momento in cui ha deciso di darlo alle stampe?
La sera che sono tornata a casa dopo oltre due anni di carcere i miei familiari si sono seduti intorno al tavolo e hanno cominciato a parlare del tempo. In quel momento ho capito che avevano paura di me, di quello che mi era successo, e che avevano deciso di fare finta che non fosse mai accaduto. Ho capito che mi stavano chiedendo, per il bene di tutti, di dimenticare quello che mi era successo. Ed è ciò che ho fatto: ho cacciato via i ricordi e mi sono tuffata nella vita quotidiana, ho concluso i miei studi da privatista, senza più tornare a scuola; ho trovato un lavoro, ho sposato Andre e ho trovato il modo di emigrare in Canada, dove mia madre mi ha seguito dopo la morte di mio padre. Quando è morta anche lei nel 2000, mi sono sentita distrutta: mia madre era morta senza nemmeno conoscermi; per tanti anni avevo represso la mia rabbia verso una madre che non si curava di sapere nulla della mia vita, e improvvisamente mi sono sentita in colpa per non essere riuscita mai a comunicare con lei. È stato quello il momento in cui ho deciso che avrei scritto il libro, perché mio marito, i miei figli, i miei amici dovevano sapere cosa mi era successo. E anche il mondo intero doveva sapere, perché la mia storia personale è anche la storia di una generazione, che ha attraversato tempi orrendamente difficili.
Che reazioni ha provocato il libro in Iran?
Il governo, che io sappia, non ha reagito. Le reazioni più forti sono venute dalla diaspora iraniana, in particolare dai gruppi marxisti che hanno avuto molti dei loro membri imprigionati, torturati e uccisi a Evin. Questi gruppi si dichiarano democratici, ma sono molto intolleranti con chi propone una prospettiva diversa dalla loro intorno a quegli anni. Mi hanno accusato di tradimento perché ho sposato il mio carceriere, non pensano per un attimo che una ragazza di 16 anni senza preparazione politica non poteva incarnare il tipo di eroe che loro hanno in mente. La verità è che hanno cercato di classificarmi, e siccome non rientro in nessuna delle loro categorie.
Perché ha scelto di scrivere Prigioniera di Teheran direttamente in inglese?
Come racconto nel libro, ho cominciato a leggere romanzi quando avevo 14 anni, prendendoli a prestito da un libraio che aveva solo libri in inglese. Ho letto nella loro lingua originale Jane Austin, Emily Brönte, C.S. Lewis, Dickens, Hemingway, ecc. Perciò quando qualcuno dice “letteratura”, per me è ovvio che stiamo parlando di qualcosa scritto in inglese. Il mio inglese scritto è meglio del mio persiano, mentre mi piace molto colloquiare in persiano, ma sempre inframmezzandolo di parole inglesi.
Cosa pensa quando sente le notizie di studenti iraniani incarcerati che poi confessano crimini contro lo Stato davanti alle telecamere?
Penso che nulla in Iran è cambiato. Il numero dei detenuti politici è diminuito, ma non perché il paese è diventato più democratico, bensì perché gli iraniani hanno imparato a tacere. Gli studenti, essendo giovani e quindi con poca esperienza, sono fra i pochi che hanno il coraggio di protestare contro il governo. Vengono arrestati e torturati come si faceva ai miei tempi, e c’è sempre qualcuno che crolla sotto il peso della tortura e delle intimidazioni, perché ogni persona ha un punto di rottura; allora arrivano le telecamere, e assistiamo a uno di quegli spettacoli a cui il regime ci ha abituato, ma che non significano nulla: si possono fare un sacco di cose quando si è chiusi in prigione, si può sposare il proprio carceriere, si può cambiare religione, ma l’essenza della persona non cambia. La persona che esce dalla prigione è la stessa di prima, solo con più esperienza e lungimiranza.
Che futuro immagina per il suo paese d’origine? Quanto durerà ancora il regime?
La storia insegna che le dittature cadono. Nessuno immaginava che il comunismo sarebbe finito, che il muro di Berlino sarebbe caduto, ma alla fine questo è successo. Alcuni dei miei critici dicono: “Cosa vuoi fare col tuo libro, vuoi che gli americani invadano l’Iran?”. No, io non voglio un’invasione dell’Iran, il mio libro non ha scopi politici. L’invasione dell’Iraq ha messo i democratici iraniani in una posizione difficile, perché li si accusa di voler creare una situazione nella quale l’Iran rivivrà le stesse disgrazie vissute dall’Iraq dopo l’invasione americana. Io credo che il popolo iraniano debba darsi da sé il suo sistema democratico, e sono certa che lo farà. Però voglio metterlo in guardia: bisogna sapere bene con quale sistema si vuole sostituire quello attuale, altrimenti passeremo semplicemente da una dittatura a un’altra che potrebbe essere peggiore, com’è successo col passaggio dal regime dello Scià a quello della Repubblica islamica.
La fede religiosa ha avuto una parte importante nella sua storia. Come le è stata di conforto nella sofferenza del carcere?
Dio è sempre stato una parte importante della mia vita, anche in prigione. Ma solo da qualche tempo ho capito il significato di ciò che mi diceva mia nonna, la persona che ha alimentato la mia fede cristiana: «L’amore di Dio è immutabile». Una persona può diventare molto autocritica, può arrivare a odiare se stessa, e allora sembra non esserci più speranza. Mia nonna mi ha insegnato a combattere questo stato d’animo con la preghiera, mi diceva di trovare un posto tutto per me dove poter pregare. Questo insegnamento è rimasto sempre con me, e mi ha aiutato in prigione, mi ha aiutato a pregare da cristiana anche quando dovevo ostentare la mia adesione rituale all’islam. Quando sono uscita dal carcere, ci sono stati momenti di sconforto, mi giudicavo una traditrice che aveva rinunciato a Cristo. Dio mi ha salvato anche da quella disperazione: mi ha permesso di scrivere questo libro, di vivere abbastanza a lungo da vederlo pubblicato, di viaggiare nel mondo per presentarlo. Questo è stato un dono estremamente generoso da parte di Dio, che non intendo sprecare.
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