
Le origini e la vita della Fraternità san Carlo raccontate da monsignor Camisasca

Pubblichiamo l’articolo contenuto sul numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)
Un metodo di vita cristiana; il significato della vocazione; la Chiesa e il mondo; la missione; la vita della fraternità. E il futuro «segnato dall’espandersi di piccole o grandi comunità in cui l’esperienza originaria della vita cristiana risplende in modo più intenso e più libero». Il nostro volto (edizioni San Paolo, 118 pagine, 12,50 euro) è l’ultimo libro scritto da monsignor Massimo Camisasca, fondatore della Fraternità sacerdotale San Carlo Borromeo e ora vescovo di Reggio Emilia. Il testo è stato realizzato fra il 2010 e il 2012, prima della nomina vescovile, ed è la «testimonianza del mio pensiero sulle questioni fondamentali che riguardano la vita e la natura della nostra fraternità».
Monsignore, lei scrive che la strada della conversione a Cristo ha come metodo la comunione, come insegnò anche don Luigi Giussani al movimento di Cl da cui siete nati. Altra parola a voi cara è “amicizia”. Non teme siano parole ambigue, rischiose?
Gesù per primo non ha temuto di scommettere sull’amicizia con i suoi. E non teme di farlo ancora oggi con noi. La comunione è innanzitutto qualcosa di reale che accade nella nostra vita. Cristo ci raccoglie e ci innesta nel suo corpo attraverso il battesimo. Se la nostra libertà aderisce a questo seme posto dentro la nostra terra, a poco a poco la nostra mentalità e il nostro cuore cambiano, aderiscono al pensiero e alla carità di Cristo, avviene una rivoluzione della mentalità e dell’affezione, anche se la nostra vita rimane segnata da difficoltà e peccati. È un grande paradosso: Dio genera dentro di noi l’uomo nuovo e nello stesso tempo rimangono in noi i segni dell’uomo antico, dell’uomo vecchio. È un cambiamento lento in cui si intravedono però con chiarezza i segni di un’alba nuova, di ciò che sarà per sempre. Nella comunione fiorisce, in maniera gratuita, l’amicizia. Ogni esperienza di amicizia è segnata da una grande promessa che vive dentro possibili difficoltà e continui rischi di riduzione della sua portata. Proprio per questo l’amicizia è una strada importante di conversione. In essa c’è l’anticipazione di ciò che ci è promesso per sempre.
Lei scrive che la comunione fiorisce dalla confessione e dall’eucarestia. Perché il recupero della preghiera comunitaria, dei sacramenti ma anche della liturgia sono così fondamentali?
Perché la comunione è dono di Dio. Dobbiamo lasciare spazio a Dio nella nostra vita. Egli opera molto concretamente nelle ore della nostra giornata. Lo fa in molti modi. Innanzitutto attraverso i sacramenti, ma anche attraverso gli incontri, le letture, il silenzio e tanti suggerimenti discreti alla nostra vita che sono percepibili soltanto se viviamo nel silenzio cioè nell’ascolto di ciò che Dio opera e delle sue parole. I sacramenti normalmente agiscono in noi non senza la nostra collaborazione. Non è la stessa cosa vivere la confessione come un semplice rito o come un incontro reale con Cristo, vivere il sacramento dell’Eucaristia nel silenzio, riscoprendo ogni volta il mistero di luce che esso contiene, oppure viverlo nella confusione e nello stordimento. Nella liturgia noi troviamo la forma della nostra vita, soprattutto scopriamo che Dio non cancella nulla, si serve di tutto per creare il mondo nuovo. Tutto fa parte di questo mondo nuovo: i colori, le luci, le parole, le posizioni del corpo, i nostri sentimenti, le nostre attese, le nostre domande, perfino i nostri errori. La liturgia non vuole sostituirsi e non può sostituirsi alla vita, ma è chiamata ad essere il luogo in cui impariamo come vivere, in cui la responsabilità del singolo e la gioia della comunità si incontrano e si fondono. La Chiesa è una comunità di persone ed è più della somma di tutti i singoli. Eppure, nello stesso tempo, ogni persona è interamente responsabile di tutto ciò che accade alla sua vita e del suo cammino verso Dio.
Lei parla anche della vocazione. Cosa permette di rimanervi fedele?
Oggi sembra impossibile il “per sempre” perché si è esiliato Dio dalla vita. Il “per sempre”, che è un grande, infinito, desiderio dell’uomo è impossibile senza l’aiuto di Dio. Se non c’è Dio non è possibile la fedeltà. La fedeltà dell’uomo è possibile solo come partecipazione alla fedeltà di Dio, alla sua promessa, alla sua Alleanza. Non si può rimanere fedeli e allo stesso tempo disinteressarsi di tutto il terreno che assicura e prepara la fedeltà: la preghiera, il perdono, l’accoglienza, la fiducia, la domanda a Dio di aiutarci sempre. Senza tutto questo terreno le nostre ferite diventano una obiezione quasi insuperabile. Una vocazione nasce certamente in seguito a un’attrattiva, è il metodo di Dio. Ma Dio può anche offuscare l’attrattiva lungo il percorso della vita perché abbiamo a scoprire che possiamo appoggiarci soltanto su di Lui e sulla sua fedeltà. Nella vita ci possono essere anche momenti lunghi di “aridità”. La notte della fede, di cui parlano santa Teresa D’Avila, san Giovanni della Croce e la stessa Madre Teresa di Calcutta, ci insegna qualcosa a questo riguardo. Nella vita comune possiamo parlare di prove, cioè di momenti difficili in cui Dio ci chiede di riscoprire le ragioni per cui siamo sulla strada in cui Lui ci ha messo, di riandare al tempo dell’innamoramento, di ricordare le cose grandi che Lui ha fatto con noi e per noi, di fidarci di Lui seguendolo e accettando anche i momenti in cui le nubi sembrano oscurare completamente il cielo, ma non sarà sempre così perché il sole ritorna a dirci che il diluvio è terminato.
«Una fede che non fosse alimentata dalla consapevolezza della storia e dal gusto della lettura rimarrebbe fragile ed esposta a ogni contestazione». Può spiegarci perché e che cosa succede alla Chiesa quando manca la prospettiva di un ideale con cui sfidare il mondo?
La forza della fede non sta nella contrapposizione al mondo. Questa semmai è una conseguenza. Il cristianesimo è un fatto nuovo, imprevedibile, irriducibile alle categorie mondane. La sua forza è l’esperienza attuale di Gesù risorto, un’esperienza che riaccade oggi come un incontro umano che risponde al desiderio profondo di ogni persona. L’avvenimento di Cristo svela la verità sull’uomo e sulla storia, risponde alle domande che ogni persona avverte come più urgenti nella sua esistenza: la sete di giustizia, di bene, di bellezza, di amicizia, di comunione, di vita vera. Sono dunque la bellezza e la verità di Cristo a sfidare ogni tempo e ogni cuore. È per questo che quando la fede scende a compromessi con il mondo con l’illusione di incontrare gli uomini di oggi, tradisce la sua originalità e di fatto non incontra più nessuno. Solo il piacere scaccia il piacere, diceva sapientemente sant’Agostino. Non è dunque mercanteggiando con i “piaceri” che il mondo offre che la Chiesa può sfidare e attrarre gli uomini e le donne di oggi, ma semplicemente testimoniando lo splendore di un piacere più grande, di una vita piena e bella, il centuplo quaggiù, come lo chiama Gesù nel Vangelo. «Il cristianesimo si comunica per “invidia”, perché una persona che vede un’altra vivere con gioia, intensità e soddisfazione, desidera quella vita per sé», diceva don Giussani. E papa Francesco, nella Evangelii gaudium, afferma la stessa cosa riprendendo un’espressione di papa Benedetto: la Chiesa non cresce per proselitismo ma «per attrazione».
Passiamo a un’altra parola a lei cara: missione. Lei la descrive come una comunicazione dell’amore nella verità. Ma questi due ultimi termini, oggi, sono spesso messi in contrapposizione.
La contrapposizione di questi due termini indica la schizofrenia in cui vive la nostra società, talvolta anche la nostra Chiesa o le nostre comunità cristiane. In realtà, verità e carità sono un’unica esperienza perché sono un’unica persona. Verità e carità sono il nome di Gesù. Seguendo Lui veniamo a scoprire, poco a poco, qual è il vero volto della vita, cioè la verità su Dio e su di noi. Comprendiamo che questa verità la riceviamo come dono di grazia, carità di Dio, e siamo chiamati a donarla agli uomini curvandoci su di loro.
Le missionarie sono nate solo dopo ventidue anni: come le accolse inizialmente e che cosa profetizza la loro presenza?
Come ho detto e scritto più volte, all’inizio ero spaventato dalla possibilità della nascita di un nuovo istituto, anche perché quello che già esisteva, la Fraternità san Carlo, aveva chiesto alla mia vita e alla vita dei miei collaboratori tanto lavoro e tanti sacrifici. Poi mi sono arreso felicemente ai segni che vedevo. Era molto chiaro che, attraverso Rachele Paiusco, Dio voleva far nascere una nuova comunità, e così è stato. E sono contento di aver dato con il mio consenso, assieme a don Julián Carrón, l’avvio alla nascita delle Missionarie. La loro presenza parla del carisma della donna nella vita della Chiesa e della società. È quindi una grande sfida, oltre che un aiuto, anche per la Fraternità San Carlo. Parla dell’adorazione e dell’accoglienza che mi sembrano essere due caratteristiche fondamentali del genio femminile.
«I missionari e le missionarie di San Carlo nascono ogni giorno leggendo assieme il carisma di don Giussani». Che cosa intende?
Con questa espressione ho voluto indicare che la vita di questi due istituti nasce dall’esperienza di don Giussani, che non è un ricordo del passato, ma qualcosa che dobbiamo riscoprire ogni giorno e che ogni giorno chiede la nostra adesione. Lo leggono assieme, ho detto, perché devono aiutarsi in questa riscoperta continua del carisma. Esso vive storicamente innanzitutto nel movimento di Comunione e liberazione che i missionari e le missionarie di san Carlo riconoscono come loro casa.
Lei richiama spesso al silenzio per comprendere come Dio ci parli. Sembrerebbe impossibile viverlo in un mondo così tecnologizzato e veloce.
È possibile ponendo davanti alla nostra libertà i chiari termini di una scelta: preferisco essere sommerso o preferisco che la mia libertà mi educhi a scegliere ciò che può essere costruttivo nella mia giornata? Non c’è alternativa. O accetto di essere un sughero alla deriva, portato dalle onde, o invece preferisco essere di fronte a tutte le tecnologie, a tutte le proposte e a tutti gli input che possono invadere la giornata, una persona libera, che sceglie ciò che la fa grande e lascia da parte ciò che la rimpicciolisce. Capisco che questo non è per niente facile e quindi occorre più che mai un’educazione della libertà, una grande educazione a scoprire ciò che ci rende più veri e più lieti.
A chi entra nella fraternità propone un cammino di santità. In che senso punta alla perfezione dei sacerdoti?
Nel capitolo sulla santità parlo di tre insegnamenti che ho ricevuto a riguardo di questo cammino, da un libro di Louis Lavelle, che mi ha fatto leggere don Giussani all’inizio del liceo, Quattro Santi. Parlo poi di un testo di don Giussani sulla santità e di due omelie di Joseph Ratzinger, sempre su questo tema. Sinteticamente l’immagine luminosa che ne ho tratta è questa: la santità non può essere un programma che io stabilisco e neppure la mia adesione, attraverso la forza di volontà, al disegno che immagino Dio abbia su di me. La santità è vivere, ora dopo ora, ciò che Dio mi chiede. Viverlo, per quanto possibile, lietamente, con la domanda di crescere nella conoscenza del volto di Gesù, nella scoperta che Dio è un padre buono che continuamente mi chiama e pazientemente mi attende. Le espressioni così semplici e semplificatrici di Joseph Ratzinger sulla santità che i miei lettori troveranno in questo capitolo sono state per me di grande aiuto.
In questo momento storico la fede si esprime sempre più in forme nuove che «però stentano a emergere con chiarezza». Che futuro vede per la Chiesa?
Viviamo in un tempo in cui sembra dominare la paura. Essa nasce dal fatto che ciò che ci sosteneva o sembrava sostenerci fino a poco fa è come scomparso e non appaiono ancora i segni del nuovo volto del mondo. In realtà non è così. È molto vero che viviamo in un’epoca di trasformazioni enormi e rapidissime come mai è avvenuto a memoria d’uomo. Ma è anche vero che in quest’epoca appaiono già i segni del nuovo: dentro lo sfaldarsi dell’istituto familiare riluce la fedeltà di tanti uomini e di tante donne, la bellezza delle loro famiglie; dentro la difficoltà della trasmissione della vita e della fede, brilla la realtà di famiglie numerose, liete, capaci di educazione; dentro l’egoismo, la lussuria e la violenza di tanti riluce la testimonianza di tanti sacerdoti e consacrati fedeli, che ogni giorno nel silenzio donano la vita per Gesù e per i fratelli, che testimoniano la possibilità e la bellezza del seguire Cristo nella povertà, nell’obbedienza, nella verginità; di tanti che nascostamente dedicano la loro vita ai malati, ai poveri, agli abbandonati, senza che nessuno parli di loro. Non mancano poi i segni di una fede popolare. Esiste ancora nel nostro paese il popolo cristiano, ma certamente il futuro sarà segnato dall’espandersi di piccole o grandi comunità in cui l’esperienza originaria della vita cristiana risplende in modo più intenso e più libero, in cui il fuoco dello Spirito genera una profonda unità e una viva esperienza dell’umanità portata da Gesù. In queste comunità vedo l’anticipo di ciò che sarà.
Foto: Fraternità San Carlo Borromeo
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!