Il vero potere di noi donne. Intervista a Costanza Miriano

Di Benedetta Frigerio
02 Aprile 2016
Intervista alla scrittrice sul suo nuovo libro "Quando eravamo femmine". «Non abbiamo bisogno di pretendere il comando: Dio ci ha già affidato tutta l'umanità»

costanza-miriano-ansaÈ vero, il nuovo libro di Costanza Miriano incolla le donne perché descrive, svelandola, la sofferenza come caratteristica innata di ogni “femmina”, ma sopratutto perché cercare di suggerire «come rendere feconda la nostra condizione». Leggendo Quando eravamo femmine (Sonzogno, 174 pagine, 15 euro) non solo si capisce come «quello che ci fa soffrire diventa combustibile per un amore più grande», ma anche quanto sia grandiosa e potente la natura femminile delle donne, se assecondata.

Si parla spesso ormai del problema dell'”assenza del padre”, dato che la nostra epoca è caratterizzata dal rifiuto dell’autorità e quindi di ogni limite. Ma perché ha sentito il bisogno di scrivere un libro sulla donna e la sua natura femminile e materna?
Perché penso che spetti alla donna restituire all’uomo se stesso. È lei che ha il potere di renderlo padre. Non condivido il piagnisteo vittimista della donna che subisce la coercizione maschile. È la donna ad avere potere sull’uomo e sui figli, come disse san Giovanni Paolo II: Dio ha affidato l’umanità alla donna. Infatti, nell’epoca dello smarrimento del Padre, la salvezza viene dalla Madonna. È lei che ci aiuta a usare bene il nostro potere vincendo la tentazione di manipolare chi ci viene affidato, come il marito o i figli.

Nel libro descrive la sofferenza ineliminabile che la donna si porta dentro, una ferita che grida di essere lenita, una voragine che ha bisogno di essere riempita. Come può Dio fidarsi di una creatura simile?
La possibilità della sofferenza è quella della pienezza, perché genera uno spazio interiore enorme, io la chiamo una cavità che le donne riempiono aprendosi e trovando così soddisfazione nel dono di sé. Certo, occorre fare un lavoro contro la “pazza di casa”, come la chiama santa Teresa D’Avila, quella che coabita in noi e che agisce con egoismo anziché lasciare entrare, attraverso gli altri, Dio. È una lotta continua che si vince con la preghiera, i sacramenti e l’offerta. È nel “prendersi cura di” che la donna trova la sua identità e medica le sue ferite prima che quelle altrui.

È stata spesso criticata per i suoi libri. Perché scrive alle donne se sa di provocare avversione?
Tutti i miei libri li ho scritti per fare chiarezza in me stessa e non per insegnare qualcosa a qualcuno. Mi chiedo: perché nonostante abbia un marito che mi ama, dei figli, un lavoro, la scrittura per cui sono riconosciuta e spesso sopravvalutata, vivo ancora una profonda inquietudine? Proprio scrivendo ho capito meglio che sono insoddisfatta quando punto a piacere al mondo, per cui non vorrei mai deludere nessuno, vorrei sempre dire di sì a tutti e mi arrabbio se fallisco. Quando invece mi preoccupo di piacere solo a Dio, che mi ama così come sono, accetto la mia imperfezione, mentre le decisioni, la giornata, la vita si riordinano. Imparo a dire “no” agli altri (a volte anche a mio marito e ai miei figli) per dire di sì a Lui.

Perché sostiene che il femminismo abbia tradito le donne?
La nostra cultura inquieta profondamente la donna, inducendo in lei false immagini di compimento e quindi portandola ad obbedire a bisogni menzogneri e a desideri ridotti. Penso, fra i tanti esempi, a quello di alcune donne immigrate, partite per sfamare i loro figli, che poi di fronte al luccichio dell'”emancipazione” si sono lasciate ingannare e hanno lasciato la famiglia. Resta il problema che i piccoli idoli ottenuti grazie al benessere alla fine non le compiranno mai. Posso dire lo stesso dello “sdoganamento dell’inconscio”, come lo definisce il mio confessore, del sesso libero, del “corpo è mio e lo gestisco io”, del mito della femmina lavoratrice. Sono tutte cose a cui ora siamo soggette, altro che libere. Mentre la donna ha davvero potere quando, giudicando l’inconscio, lo tiene a bada garantendo l’ordine intorno a sé.

Lei sostiene che non bisogna aspettarsi il compimento nemmeno dal marito o dai figli. Perché sposarsi allora?
È una via, insieme a quella della verginità, per trovare Dio. Una via in cui ci convertiamo attraverso il volto dell’altro diverso da noi. I matrimoni possono essere più o meno facili, più o meno fecondi, ma l’importante è metterci i nostri cinque pani e due pesci, che sono l’obbedienza alla realtà. Bisogna sapere che ci si sposa non per un sentimento ma per un amore di qualità più alta, che è il sacrificio per il bene dell’altro. Anche se è faticoso, posso dire che vale davvero la pena.

costanza-miriano-quando-eravamo-femmine-copertinaCitando spesso don Luigi Giussani, nel suo libro l’amore è raccontato come il contrario del possesso, è un amore al destino dell’altro. È questa la “qualità più alta” di cui parlava?
Descrivo i periodi in cui il sentimento può venire meno o quelli in cui può capitare di innamorarsi di una persona che ha già detto sì a Dio in una strada ben precisa. Amare il destino dell’altro, e la via per raggiungerlo, può provocare un dolore lancinante, simile alla morte. Ma quanti frutti può portare un cuore così sanguinante? Sarà capace di un grande amore. Sì, è questa la qualità più alta.

Nel libro sostiene addirittura che la sua famiglia l’ha salvata da lei stessa.
Al mio sì alla Sua volontà e alla mia apertura alla vita, Dio ha risposto dandomi un marito e poi dei figli. Io ero la persona più squilibrata della terra, non sapevo cosa significassero gli orari: dormivo, mangiavo e mi lavavo quando volevo e se ne avevo voglia. I miei figli e mio marito mi hanno liberata dall’istinto che mi condannava a vivere nel caos e nel disordine. La mia famiglia mi ha guarita.

@frigeriobenedet

Foto Ansa

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4 commenti

  1. Rolli Susanna

    Avere tempo per leggere….Grazie, Costanza.

  2. Donma

    Ho letto tutti i libri di Costanza Miriano e le sono immensamente riconoscente. La sua narrativa è leggera come una piuma al vento. Riesce a trattare tematiche, in cui ognuno può trovare parti più o meno belle della propria realtà con ironia, semplicità e delicatezza, ma anche con profonda comprensione della fragilità della natura umana. I suoi libri hanno il potere di far emergere quello che realmente siamo, al di là dell’ideologia dominante che si prefigge lo scopo di neutralizzare le differenze tra i sessi.
    Viviamo in un’epoca dove si deve combattere per dimostrare che le foglie d’estate sono verdi.
    Invece si ha bisogno di vere donne e di vere madri. Un bambino potrà diventare uomo solo se la madre lo educherà insieme al padre. Nell’espulsione del padre dal contesto familiare cresceranno sempre di più personalità fragili, uomini dimezzati. Nel delirio del “diritto” a tutti i costi (altissimi), abbiamo perso la qualità più alta dell’essere umano: il senso del dovere, che significa amare e servire.

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