Il caso serio del Natale. Messori, Giussani, il nulla moderno e quella notizia che giunge dal passato

Di Redazione
02 Dicembre 2015
«La grande alternativa per la vita di un uomo e di un popolo è tra ideologia e tradizione», scriveva il fondatore di Cl nel 1997. Ma sembra parlare di noi, oggi

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A proposito dell’ennesimo “caso Natale” scoppiato a Rozzano (Mi) nei giorni scorsi, va segnalato oggi il commento firmato da Vittorio Messori per il Corriere della Sera. Il celebre scrittore cattolico vi elenca almeno un paio di questioni essenziali sollevate dalla “tediosa”, per quanto esemplare, vicenda. Innanzitutto che si tratta appunto dell’ennesimo episodio di una serie ormai trita e ritrita, appartenente al genere del «conformismo egemone»: è solo un esempio fra i tanti della nostra «vigilanza ossessiva per “non offendere” alcuno».

Tuttavia, osserva Messori, l’effetto sortito da queste «gesta politicamente corrette» è esattamente l’opposto di quello sperato. La scelta di «far finta di niente a Natale, solennizzando invece a gennaio una neutrale “Festa dell’Inverno”», infatti, non apparirà ai musulmani come un beau geste («per giunta non richiesto») di cui essere grati, ma al massimo come una ragione in più per disprezzare «gente pronta a nascondere le proprie tradizioni, anche religiose, per una piaggeria gratuita».

Di più: «Il rinunciare alle nostre prospettive e alle nostre tradizioni non porta alla pace. Può portare, invece, alla guerra», continua Messori, poiché non solo fra i terroristi dell’Isis, ma anche in «altre parti (non per forza armate, ndr) dello sconfinato mondo islamico», è orma chiaro che «nella nostra incuranza religiosa vi sia la conferma che siamo pronti alla resa, maturi per l’islamizzazione, con le buone o con le cattive».

Del resto non è una visione infondata. Scrive Messori: «In effetti, quale Natale come nascita di Cristo può difendere un Occidente – europeo e nordamericano – che ha da tempo provveduto a cancellarne il nome?». In effetti, cosa è diventato oggi il Natale in Occidente? «Siamo giusti», conclude Messori, «perché prendersela troppo con il rappresentante di una scuola dove insegnanti e allievi – alla pari dei loro compagni dell’intero Occidente – in gran parte hanno gettato alle spalle il senso e il messaggio di questa Nascita? In nome di quali “valori” dovremmo schierarci a difesa, noi, cittadini di una Europa che ha rifiutato di riconoscere che le sue radici stanno – non solo, certo, ma in gran parte – in quei venti secoli di storia trascorsi dal parto di Maria nel villaggio di Giudea?».

Va detto comunque che la visibilità che ha avuto il “caso Natale” di Rozzano, al di là del circo che è subito montato intorno ai fatti, è il segnale di un disagio sano, esile residuo di un’esigenza di senso che – per quanto confusa e inespressa – ancora sopravvive in tante persone verso una delle nostre tradizioni più importanti.

Cos’è dunque il benedetto Natale che siamo chiamati a “difendere”? Nessuna spiegazione ci sembra più adeguata della lettera inviata da don Luigi Giussani a Repubblica il 27 dicembre del 1997, che riproponiamo di seguito:

Caro direttore, leggendo Gramsci avevo scoperto questo pensiero: «Un periodo storico può essere giudicato dal suo stesso modo di considerare il periodo da cui è stato preceduto. Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa… Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente» (A. Gramsci, Quaderni, XXVIII).

Sembra un canone della Chiesa cattolica. Gramsci dice il vero: la grande alternativa per la vita di un uomo e di un popolo è, infatti, tra ideologia e tradizione. L’ideologia nasce in qualsiasi momento come novità che si impone a prescindere dal passato (e questo non può che diventare un’inevitabile possibilità di andare contro il passato). La tradizione è proprio nella eredità del passato che trova certezza per il presente e speranza per il futuro. Chi pretendesse di distruggere il passato per una affermazione presuntuosa di se stesso non amerebbe né l’uomo né la sua ragione. E, infatti, un presente così ridotto finisce in «nulla» (nichilismo), cedendo l’uomo alla tentazione di credere che la realtà non esista. E questo è come un veleno instillato nelle vene dell’uomo dal padre della menzogna: una volontà di negare l’evidenza che qualcosa c’è.

Ora, proprio dal passato giunge una notizia: il Mistero, ciò che i popoli chiamano «Dio», ha voluto comunicarsi a tutti gli uomini come un uomo, dentro un pezzo di tutta la realtà. Si chiama «Natale» l’iniziale attuarsi del metodo con cui il Mistero si manifesta comunicandosi nella vita: l’incarnazione di Gesù di Nazareth, come risposta all’attesa di ogni cuore umano in tutti i tempi, che ha avuto la prima e più dignitosa intuizione nel genio ebraico.

Nella sua concreta umanità Gesù non poteva vivere se non in una casa dove c’era un letto, dove c’erano tavoli e sedie, dove c’erano un padre e una madre: la casa di Nazareth, una presenza integralmente umana in cui c’è Dio – questa è l’origine della «pretesa» cristiana –, la Bibbia la chiama «dimora » o «casa di Dio». E noi sappiamo quanto gli uomini del nostro tempo cerchino anche inconsapevolmente un luogo in cui riposare e vivere rapporti in pace, cioè riscattati dalla menzogna, dalla violenza e dal nulla in cui tutto tenderebbe altrimenti a finire. Il Natale è la buona notizia che questo luogo c’è, non nel cielo di un sogno, ma nella terra di una realtà carnale.

Negare la «possibilità» che questo sia vero in nome di un preconcetto non è da uomini ragionevoli. Se, infatti, la ragione può intravedere la possibilità di un significato dell’infinita fatica del vivere – e per chiunque almeno in qualche momento questo è stato evidente –, è più dignitoso per l’uomo cercare questo significato o rinunciarvi, preferendo quella che Pasternak chiamava «la sterile armonia del prevedibile», cioè una vita ultimamente annoiata?

C’è un verso di Rainer Maria Rilke da cui parto spesso per una meditazione su di me: «E tutto cospira a tacere di noi/ un po’ come si tace/ un’onta, forse, un po’ come si tace/ una speranza ineffabile». Se l’uomo guarda a se stesso, ha vergogna e noia, ha vergogna fino alla noia, eppure non può negare l’evidenza di un impeto irriducibile che costituisce il suo cuore come tensione a una pienezza, a una perfezione o soddisfazione.

Io credo che Dio si sia mosso proprio per essere risposta a questa realistica percezione – a mio avviso l’unica realistica percezione che l’uomo possa avere di se stesso se si pensa con attenzione e tenerezza materna –, all’uomo che ha vergogna o noia di se stesso. Per questo io umano che trova in sé, da una parte limiti coi quali è connivente e, dall’altra, quel grido che è nel suo cuore, quell’attesa che è nel suo animo, Dio si è «mosso», per liberarlo dalla noia di se stesso e dal peso di quel limite che si trova dentro in tutto quello che fa.

Per questo dico spesso che il cristianesimo ha una partenza pessimistica circa l’uomo – non per nulla parla di peccato originale come del primo mistero senza il quale non si spiega più niente della contraddizione in cui l’uomo cade inesorabilmente –, ma finisce in un ottimismo profondo e impegnativo, poiché Dio ha preso la realtà di un uomo vero, un uomo concepito nel ventre di una donna, che si è sviluppato come un infante, un bambino, un fanciullo, un adolescente, un giovane, fino a diventare centro di attenzione della vita sociale del popolo ebraico, fino a trascinare le folle e fino ad averle contro di sé per l’atteggiamento di chi aveva il potere in mano, fino ad essere crocifisso, ucciso.

E fino a risorgere dalla morte, per una pietà profonda, come di padre, verso la situazione disperante dell’uomo. O come «grazia» dell’onnipotente Mistero.

Foto da Shutterstock

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25 commenti

  1. Cisco

    Che roba spettacolare: rileggendo Giussani – non solo quello di quasi vent’anni fa – emerge ancora più drammaticamente chiara la difficoltà di giudizio della Chiesa attuale, tutta protesa a gettare ponti, ma titubante – se non addirittura “vergognandosi di Cristo”, per usare un’altra espressione del Gius – nell’affermare da quale sponda partono e in quale sponda approdano: e un ponte può esistere solo se si ha chiaro questo, lo capiva persino Gramsci…..

  2. Menelik

    Non sono solo le scuole a chiudere dall’antivigilia di Natale alla Befana.
    Sono anche la maggior parte degli stabilimenti metalmeccanici e chimici, che approfittano delle due settimane di chiusura per fare manutenzione.
    E la stessa cosa anche in aziende agricole e forestali, sia cooperative che privati.
    (Chiaramente, in quest’ultimo comparto la manutenzione non c’entra un fico secco, ma c’entra solo il Natale, cioè la nascita di Gesù Cristo a Betlemme, fino alla visita dei Magi…..il mondo agricolo è molto tradizionale).
    Il settore commerciale, invece, per le festività natalizie lavora come in nessun’altra parte dell’anno, e incassa come in nessun’altra parte dell’anno. Causa la tredicesima, introdotta in Italia nel 1937 col nome di “gratifica natalizia”. Indovinate chi c’era al governo. Giusto per rinfrescare la memoria.

  3. Andrea

    Spesso questi attacchi alle tradizioni cristiane non partono dai mussulmani ma da atei che seguono delle idee ottocentesche di lotta alla Chiesa.
    Mi chiedo comunque come mai in questa pletora di insegnanti che attaccano le feste natalizie non ce ne sia uno che, dato che si tratta di feste religiose, chieda di andare a lavorare il giorno di Natale e di Santo Stefano. Invece si fanno tutti i loro quindici giorni di vacanza pagata senza alcun problema.

    1. Fabio

      Giusto se uno non crede a Cristo vada a lavorare in certe festivita’e faccia ferie in altre piu’corrispondenti alla sua ideologia.
      Se non vogliono festeggiare la nascita di Cristo rinuncino allecdue settimane di ferie alle vacanze sulla neve.

      1. Bob

        Fabio, ma tu dove lavori?
        Le persone normali che hanno un lavoro dipendente hanno 1 (uno) giorno di ferie: venerdì 25. Puntl.
        Si lavora fino al 24 e si riprende il 28.
        Alla faccia dei 15 giorni di ferie.

      2. Bob

        1 giorno di festività, non di ferie.
        Scusate il refuso.

        Poi le ferie ognuno le può prendere quando preferisce, quindi non vedo perché dovreste vietare alla gente di prenderle quando più gli aggrada.

        1. beppe

          evidentemente fabio si riferisce alla categoria degli INSEGNANTI . ci vuole una bella faccia tosta a censurare il motivo per cui in dicembre si scatena tutta questa festa di luci e di canti.e per aggiunta due settimane di vacanza. è mai possibile che un INSEGNANTE, che ha sempre la bocca piena della parola CULTURA, riesca a chiudere gli occhi e il cervello solo nel periodo di natale? sono penosi. sono il prodotto della stessa scuola in cui lavorano, che da decenni cerca di nascondere e soffocare la realtà e le domande più profonde che affiorano sempre in ogni bambino e ragazzo che di affaccia alla vita. sono penosi e vergognosi. sono dei parassiti pericolosi.

          1. Bob

            Beh. Allora il fatto è che le scuole chiudono in quel periodo e quindi gli insegnati sono obbligati a prendere ferie tra natale e capodanno e non in altri periodi, per garantire la continuità delle lezioni quando la scuola è invece aperta.
            Ma ci pensi che disservizio ci sarebbe se gli insegnati prendessero ferie quando gli pare, ognuno in periodi diversi?

          2. Fabio

            Perché ‘le scuole chiudono in quel periodo e non in un altro ?
            Punto a capo Bob

          3. Fabio

            Bob come mai gli alberghi in montagna sono pieni di clienti dal 24 dicembre al 6 gennaio ?
            Perche’non a marzo quando la neve e’piu’bella per sciare e fa meno freddo ? te lo sei mai chiesto ?

          4. Fabio

            Gli insegnanti potrebbero tornare a scuola il 27 dicembre e far ripetizioni agli scolari meno abbienti i cui genitori non possono permettersi di andare a sciare e magari lavorano e non
            sanno dove lasciare i figli quando chiedono le scuole.
            Ecco una proposta .

          5. Fabio

            Bob ti aiuto : se gli alberghi in montagna sono pieni vuol dire chel tante categorie di lavoratori e non solo gli insegnanti fanno ferie tra Natale e l’Epifania.

          6. Fabio

            Da quel che si sente dire in giro da presidi e insegnanti laicisti il presepio e’un tremendo strumento di offesa…non sapevo… quindi S.Francesco che l’ha inventato in realtà’ era un bruto…un violento….ah la cultura laicista ! come apre la mente !!!

          7. Fabio

            eh…ma i teologi post conciliari lo hanno sempre detto che abbiamo da imparare dalla cultura laicista…e io che non ci volevo credere ….!

          8. SUSANNA ROLLI

            Sei forte!!

          9. SUSANNA ROLLI

            Sei forte!!, come sempre. Un pelo sulla lingua non te l’ho ancora trovato!

          10. Bob

            Scusami ma non ti seguo. In Italia c’è libertà e ognuno può prendere ferie quando più gli aggrada (fermo restando che si è accordato col datore di lavoro).
            Intendi dire che bisognerebbe precettati i lavoratori non cattolici nel periodo natalizio?
            Non sarebbe una discriminazione questa?

            Altra osservazione: leggendo i tuoi post mi sembra di capire che per te la religione è solo la comoda scusa per andare a sciare.

          11. Fabio

            Non per me Bob.
            Guardati intorno.

          12. Bob

            Allora non sono molto furbi… È uno dei periodi più cari.

          13. Fabio

            Bob gli albergatori alzano i prezzi a Natale proprio perché’ c’e’ più’ clientela. La stagione alta non e’ un fatto fornito dalla natura e’conseguenza di convenzioni umane !!!!!
            Bob chi e’questo furbo sono gli albergatori “!!

          14. Bob

            Potrebbe essere una buona idea, magari prevedendo dei corsi di recupero per chi è in difficoltà in alcune materie, in modo da non penalizzare gli altri studenti.

          15. Fabio

            Certo

          16. Giannino Stoppani

            Potrebbero anche pulire e risistemare i fatiscenti cessi delle loro amate scuole.

        2. Fabio

          Ci sono tanti servizi pubblici in cui si lavora anche a Natale.
          Le scuole fanno ferie per 15 giorni in occasione del Natale .
          Chi non ci crede torni in classe il 26.
          Perché’ stare a casa fino al 6 gennaio ?
          Perché? da dove nasce la cosa ?
          dal Natale.

          Comunque che il presepio sia uno strumento di offesa questa e’ proprio bella : questo solo la idiota mentalità’ clericale calabraghe post conciliare poteva dirlo e i presidi farla propria !!
          Solo ultimamente ho capito da dove provengono i traumi infantili delle vecchie generazioni : sono stati offesi da piccoli, quando i loro genitori parroci e insegnanti facevano il presepio, che secondo i clericaloidi e i
          presidi pavidi delle odierne parrocchie e scuole risulta essere il principale strumento di offesa e di violenza che esista !!! Hanno tanto rispetto per i kalashnikov dell’ Isis , e hanno paura dei gravi danni che potrebbe causare un presepio !!!
          Quindi S.Francesco era sotto sotto un violento, un bruto,
          se ha inventato uno strumento di offesa cosi’potente comviq p Non mi ricordo come si fa resepio !!!!
          Non me ne ero accorto da piccolo, chiederò’ i danni per i gravi traumi e le offese che abbiamo subito vedendo i presepi nella nostra infanzia.

          1. Fabio

            Chiaramente ls mia era ironia dedicata agli idoti che ci sono nelle scuole i quali oltre ad aver perso la fede hanno perso la ragione.

            Quo Deus volt perdere dementat prius.

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