tempi.esteri Venerdì 03 Settembre 2010 
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Turchia, lo Stato in palio

Ad Ankara è in corso una guerra mediatico-giudiziaria tra islamisti e ultralaici. La posta in gioco è il controllo delle istituzioni

di Marta Ottaviani
Istanbul
In Turchia hanno ripreso a darsi spallate. Le due parti in questione, con poca fantasia, sono il governo islamico-moderato guidato da Recep Tayyip Erdogan e gli storici difensori dello Stato laico fondato da Mustafa Kemal Atatürk, ossia l’esercito e la magistratura. L’ennesimo scontro è arrivato dopo sei mesi di calma relativa e, visti gli argomenti sul tavolo, nell’arco del prossimo anno e mezzo i toni della contesa hanno tutte le carte in regola per rimanere tesi. Per dare un punto di partenza a questa nuova frizione, possiamo scegliere l’11 dicembre dell’anno appena trascorso. In quella data la Anayasa Mahkemesi, la Corte costituzionale turca, decide all’unanimità di chiudere il Partito curdo per la società democratica (Dtp) e di radiare 37 suoi dirigenti dalla vita politica del paese per cinque anni. Le accuse a carico della formazione politica sono gravi: tentata dissoluzione dell’unità nazionale e appoggio al Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, organizzazione separatista e terrorista che dal 1984 ha ingaggiato una guerra contro lo Stato turco per la creazione di uno Stato curdo indipendente.
Il colpo per la Turchia è stato durissimo. La sentenza era ampiamente attesa, ma il fatto che tutti gli undici giudici del tribunale supremo (compresi quelli più ben disposti nei confronti del governo) abbiano optato per la messa al bando del Dtp, per Erdogan rappresenta un segnale molto chiaro. Il dossier sul Dtp, infatti, era sul tavolo della Anayasa Mahkemesi da oltre due anni, ma si è andati al voto proprio quando il premier ha presentato in parlamento il disegno di legge con il pacchetto di riforme che avrebbe dovuto migliorare le condizioni della minoranza curda e rendere la costituzione turca, attualmente datata 1982 e figlia del golpe militare del 1980, più in linea con i parametri europei. La nuova legge madre dello Stato turco prevede anche meno poteri ai militari e alla magistratura, particolare che a queste due categorie piace molto poco. In più, all’inizio di gennaio, la Suprema Corte ha negato l’autorizzazione a procedere per il processo civile ai militari, che negli ultimi tempi, come vedremo fra poco, sono stati oggetto di accuse pesanti.
È vero che il Dtp e molti suoi componenti lasciavano qualche dubbio circa la loro buona fede e l’assenza di collusione col Pkk. Ma si è trattato del 25esimo partito chiuso in uno Stato democratico. Senza contare che la sua messa al bando ha fatto saltare i sogni di gloria di Erdogan sull’apertura ai curdi e sulla nuova costituzione, privando il premier di un partito che facilmente lo avrebbe appoggiato in parlamento. pag. 1 | |

 

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