tempi.editoriale Martedì 16 Marzo 2010 
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Caro Bertolaso, inutile prendersela

Dopo lo sciame sismico e quello delle Ong, su quell’isola resteranno solo i missionari

Leggi: Gli occhi dei bimbi di Port-au-Prince
Leggi: La speranza per Haiti è tutto ciò che i progressisti tendono a sottovalutare

di Tempi
Professor Bertolaso, è inutile che perda il suo prezioso tempo a spiegare alle telecamere di suor Lucia Annunziata cosa non funziona ad Haiti. Se sa come si fa, si proponga a Obama come generale della protezione civile. Poveri noi. E poveri haitiani. In questa parte del mondo meno a contatto con la realtà e che percepisce il mondo come lo può percepire da una postazione internet un turista umanitario in transito all’aereoporto cinque stelle di Zurigo, il chiacchiericcio sull’impresa di aiuto e ricostruzione di Haiti somiglia a una soap opera. Con classico giro di sondaggi sul papi americano che giustamente vuol farla da padrone di casa, su mamma Europa ben rappresentata da una sciocca baronessa e dal vastissimo consenso di cui godono i suoceri Onu e Ong. I quali, non paghi della montagna di soldi che stanno incassando dai benefattori internazionali, sono a protestare per il mancato ruolo di rilievo e visibilità assegnato loro da quei cattivoni di politici e governi internazionali. Insomma, la solita commediola buona per una civiltà ansiosa di oblio della morte e intenta ad annoiarsi la vita con il suo petulante sentimentalismo e la vuota cantilena televisiva. Certo che, come ci ha detto il semplice uomo della strada Wilelme Dorestan, haitiano emigrato in Québec e rientrato a Port-au-Prince per seppellire i propri cari, ad Haiti manca coesione, coerenza e organizzazione negli aiuti. Ma perché succede? Perché, nonostante la nostra straordinaria ricchezza di esperti in emergenze umanitarie, nonostante le risorse economiche dell’Occidente, nonostante la nostra strapotenza tecnologica, un sia pur minimo cenno di fuoriuscita dall’apocalisse avanza così lentamente e disordinatamente? Perché «manca una visione dell’uomo», direbbe il rabbino Jacob Neusner. Bisogna conoscere un po’ l’uomo e avere un senso non virtuale della realtà per capire che, come ci ha insegnato Anna D’Angela, suorina salesiana che vive in Haiti da 54 anni, per ricostruire nel nulla economico, politico, infrastrutturale e ora terremotato che regna da decenni su quella disgraziata isola, occorrono solo tre cose. Primo, seppellire i morti. Secondo, creare poche ma sicure condizioni per cui la gente possa ricominciare a vivere. Terzo, ricostruire. Le case, certo, ma innanzitutto l’anima e la cultura di questo paese. Tenendo presente – sottolinea la salesiana che dice di conoscere fin da quando portava i calzoncini corti l’ex presidente Aristide, il salesiano e prete spretato, teologo della liberazione e faccendiere clintoniano che dal suo esilio dorato di Johannesburg ora piange e dice di voler rientrare in patria per dare man forte ai suoi – che il problema di questo paese è appunto gente come Aristide. Gente che «ha distrutto questo popolo non perché abbia rubato come hanno rubato e rubano tutti. Ma perché nel nome di una utopia di liberazione hanno instillato l’odio nella gente e fatto della loro leadership il trono della demagogia e della divisione». Insomma, dipietristi in formato caraibico.
Perciò, grazie anche a te venerabile Totti, esempio di come si può essere al tempo stesso testimonial di una impresa di telefonia e apostolo dei bambini di Haiti. Ma quando tutta questa macchina finirà, purtroppo, come purtroppo finiscono tutte le migliori imprese di questo caldo Occidente, sul posto rimarranno solo loro, i missionari di Cristo. O non rimarrà nessuno. Perché, come dice il rabbino Jacob Neusner, solo uomini interessati al cristianesimo fanno la differenza. «Poiché il cristianesimo ha conquistato il mondo ed è il futuro del mondo, perché il cristianesimo è difesa della vita contro la morte».

 

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