«Ecco cosa ha fatto il governo Berlusconi contro la Mafia. Certe toghe negano la realtà»

Di Chiara Rizzo
18 Maggio 2012
Il procuratore Antimafia Grasso elogia il governo Berlusconi. Intervista ad Alfredo Mantovano, ex sottosegretario agli Interni: «Pur di non riconoscere meriti alla destra, certi magistrati negano la realtà».

Intervistato da La Zanzara, il procuratore nazionale Antimafia Piero Grasso ha dichiarato che vanno riconosciuti dei meriti al governo Berlusconi, perché «ha introdotto leggi che ci hanno consentito di sequestrare in tre anni moltissimi beni ai mafiosi». Subito si è scatenata la polemica, in particolare si è espresso molto criticamente il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, su Radio2: «Non diamo meriti a chi non li ha. Da quando in qua i governi sequestrano i beni ai mafiosi?». Alfredo Mantovano, deputato del Pdl, ex sottosegretario all’Interno del governo Berlusconi e magistrato, a tempi.it commenta: «Parlano i fatti e i numeri».

E cosa dicono i fatti? Il governo Berlusconi ha contribuito alla lotta alla mafia o no?
I fatti dicono che, in poco meno di quattro anni, sono stati confiscati 40 miliardi di euro di beni, e questa cifra supera di gran lunga quelle dei governi precedenti. Certamente vanno fatti i complimenti e riconosciuti i meriti delle forze dell’ordine e dei magistrati, ma bisogna anche chiedersi perché ci sono stati questi risultati con le stesse forze rispetto ai governi passati. La spiegazione è che i vari pacchetti sicurezza del governo Berlusconi hanno introdotto delle norme che hanno consentito di aggredire la criminalità nel punto che le fa più male, quello dei beni economici. Per esempio, sino a quattro anni fa, per aggredire i beni di un mafioso la legge prevedeva che bisognasse prima dimostrare che il mafioso fosse davvero pericoloso. Ciò ha comportato nella realtà dei problemi. Immaginiamo che il mafioso fosse morto: non era più considerato pericoloso e i suoi beni andavano agli eredi. E se il mafioso si fosse pentito, come poterlo ritenere un collaboratore ancora pericoloso? Abbiamo allora eliminato il requisito della pericolosità, per cui oggi conta esclusivamente la provenienza illecita del bene. Se la villa del boss è stata acquistata grazie a proventi illeciti, allora si sequestra, anche se il mafioso nel frattempo diventa il priore di un convento. Così sono aumentati notevolmente i beni confiscati, che poi sono stati affidati allo Stato per essere riutilizzati dalla società. A Lecce, dove vivo, una villa di un boss, dopo le opportune ristrutturazioni, diventerà una caserma dei carabinieri: è un fatto che anche simbolicamente ha un enorme valore.

Cos’altro ha fatto il governo Berlusconi?
Faccio altri due esempi. Esisteva già una norma che prevedeva, in caso di infiltrazione mafiosa, che un ente pubblico fosse sciolto, e posto sotto commissariamento da un anno e mezzo a tre anni. Era un sistema che mandava a casa però solo gli eletti, ma l’esperienza dimostrava che coloro che fanno più male all’ente pubblico sono anche i responsabili della burocrazia nei vari uffici. Mantenere la burocrazia significava, in sostanza, mantenere in vita un sistema di collusione. Per cui abbiamo introdotto una norma che ha già avuto svariate applicazioni, in base alla quale se si riscontra l’infiltrazione mafiosa, anche i burocrati sono mandati a casa come ulteriore contributo alla buona amministrazione territoriale. Un secondo esempio: i meccanismi di prevenzione che sono stati introdotti. Uno dei più apprezzati è quello della tracciabilità dei flussi finanziari. In base ad una norma del pacchetto sicurezza, per realizzare un’opera pubblica oggi va attivato un solo conto corrente, in modo che tutte le somme in entrata ed uscita transitino da quel conto con un unico codice chiaro e netto. Ciò impedisce di subappaltare la gestione dei rifiuti o la fornitura di materiale edile ad imprese mafiose, o il lavoro in nero. Questa è una norma che ci è stata sollecitata sia dalla magistratura sia dal mondo imprenditoriale. Quando ci siamo messi a tavolino per scrivere le norme, spesso abbiamo chiesto a Grasso proposte e pareri.

La polemica con la magistratura sui meriti del governo Berlusconi nella lotta alla mafia non è nuova. Da cosa nasce?
Anzitutto non è di tutta la magistratura, ma solo di una parte e la posizione più esplicita è stata quella assunta da Magistratura democratica (l’ala sinistra delle toghe,ndr). Nella sinistra più ideologizzata, vige il dogma che da destra non possa arrivare nulla di buono, in particolare sul contrasto alla criminalità. Alcuni magistrati vivono un disagio quasi fisico nel dover ammettere che la realtà dice qualcosa di diverso. Allora, piuttosto, si dirà che è la realtà ad essere sbagliata.

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2 commenti

  1. Pereira50

    Ma in quale Paese al mondo un premier dichiarerebbe (lo ha fatto Berlusconi) che «i giudici sono matti»? Rileggiamola allora quella dichiarazione al settimanale inglese The Spectator (settembre 2003): «Questi giudici sono doppiamente matti. Per prima cosa perché lo sono politicamente, e secondo me sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antopologicamente diversi dal resto della razza umana».

  2. Francesco Spinelli

    IL GOVERNO DEI CANI
    di Saverio Lodato
    C’è una citazione che apre questo volume. È una frase scostante di Elias Canetti. Dice: «Andrà meglio. Quando? Quando governeranno i cani». Era stata aggiunta in una precedente edizione, a voler segnalare quanto grandi fossero state le speranze durante i lunghi anni dei governi di centro sinistra e quanto cocenti – invece – le delusioni. Lo spunto mi era stato dato da una puntata del Costanzo show (1998) alla quale ero stato invitato per presentare C’era una volta la lotta alla mafia (Garzanti), scritto insieme a Attilio Bolzoni proprio per rappresentare i paurosi ritardi di quei governi di centro sinistra in tema di lotta alla mafia. Trascorremmo una serata molto «forte», in cui non vennero risparmiate critiche al centro sinistra. La concluse Andrea Camilleri (il pubblico del Parioli gli tributò applausi scroscianti) con una frase che suonava pressappoco così: «Se le cose vanno in questo modo adesso che governano quelli che consideriamo essere i migliori, c’è da preoccuparsi a immaginare come andranno le cose quando governeranno gli altri». Tempo dopo mi imbattei in quella frase di Canetti, che sembrava venire incontro (ma sarebbe più esatto dire: anticipava) alle più pessimistiche previsioni dello scrittore di Porto Empedocle. Oggi, a distanza di anni, mi ritrovo a fare i conti con quella doppia profezia Canetti- Camilleri. Che dire se non che si sono drammaticamente avverate entrambe? Dal punto di vista del bilancio, sotto il profilo dei risultati conseguiti, per quanto riguarda il clima generale che si respira in Italia – e non solo il clima politico – possiamo tranquillamente dire che stanno governando i cani. I cani ce l’hanno fatta ad occupare le stanze dei bottoni. I cani sono vertiginosamente saliti ai vertici della piramide sociale. Cani votati – sia ben chiaro – a maggioranza dagli italiani, quindi legittimati, abilitati a governare, con il pedegree del consenso perfettamente in regola, ma, vivaddio, pur sempre cani. Non stiamo scadendo in una rappresentazione offensiva. Semmai ci soccorre una metafora zoologica che rende bene l’idea. Constatiamo. Camilleri aveva visto più lontano di noi. Ma adesso, da parte nostra, sarebbe diabolico perseverare nella miopia e non vedere che appena due anni di governo Berlusconi hanno prodotto guasti incommensurabili cento volte superiori a quelli prodotti dai governi precedenti. Giunta al governo del Paese, la sinistra ha taciuto sull’argomento mafia. Ha troncato e sopito, in vista di un’entrata in Europa che doveva avvenire indossando l’abito migliore. Sconveniente parlare di mafia e criminalità organizzate. Palermo e la Sicilia avevano perduto ogni centralità agli occhi degli esponenti dei governi di centro sinistra. La questione morale, per adoperare l’espressione che usava nel secolo scorso, era stata depositata in cantina, non veniva considerata più remunerativa dal punto di vista politico e elettorale. Si era convinti che fosse sufficiente governare, non avendo consapevolezza che la questione morale non può mai essere considerata un optional. E sarebbe stato intelligente vedere che la politica ha quotidiano bisogno di iniezioni di moralità. In altre parole, la legislazione antimafia, che doveva (e poteva) essere rafforzata, restò congelata. Ma le responsabilità di chi ha governato l’Italia in precedenza si fermano qui. Poco male. Perché poi entra in campo il governo dei cani. Una legislazione – questa sì – aggressiva e ossessiva. Una legislazione che ha imboccato la direzione opposta a quella che un sia pur modesto bisogno di questione morale avrebbe dovuto suggerire. Una legislazione che ha strizzato l’occhio alla parte peggiore del Paese. A quella più retriva, più compromessa con la giustizia, a quella con le «carte» perennemente «macchiate». Una legislazione modellata su misura per gli egoismi più ottusi, per quei cittadini alieni rispetto a qualsiasi concezione del bene comune. Il popolo degli abusivi e dell’abusivismo. Il popolo degli evasori fiscali. Il popolo dei trafficanti di valuta. Il popolo degli imputati, grandissimo popolo in Italia dal punto di vista numerico. Il popolo di chi detesta i giudici. Il popolo di chi detesta la legge, ancor prima che i giudici. Il popolo che detesta l’equilibrio dei poteri e quel tanto o poco di garanzia di equilibrio che essi introducono nella vita collettiva. Il popolo di chi vuole a qualsiasi costo «tutto e subito». Il popolo di chi nasconde scheletri negli armadi e si aspettava solo un governo che portasse al lavaggio la macchina Italia con spugne capaci di cancellare antiche responsabilità penali e morali. Il che – ovviamente – non significa che non ci sia anche una grande Italia per bene che, per ragioni che esulano dal contenuto di queste pagine, ha voluto concedersi il lusso di vedere i cani al potere (stanno avendo di che ricredersi?) . Perché un simile lifting sulle piaghe più nascoste della nazione avesse successo, ci voleva – appunto – il governo dei cani. E non è un caso che, con esemplare tempismo da blitz, i provvedimenti legislativi peggiori siano stati messi a segno al pari di autentiche randellate sulla testa della parte sana del Paese, proprio nei primi mesi del governo Berlusconi. Poco importa che quelle leggi non rientrassero nei programmi elettorali del centro destra. Poco importa che molte di quelle leggi fossero destinate a risolvere questo o quel problema personale del presidente del consiglio o di qualche suo amico molto fidato. Doveva essere lanciato un segnale antitetico a quello della moralità. Il Paese avrebbe capito da solo. Meglio: avrebbero capito insieme le due parti del Paese. Il popolo dell’egoismo e dell’illegalità diffusa, con il suo via libera. Il popolo che crede ancora, nonostante tutto, a un «paniere» di valori sui quali si è costruita in qualche modo quest’Italia nella quale tutti viviamo, avrebbe avuto invece da meditare a lungo. Ma in quale Paese al mondo si approverebbe una legge sui pentiti – febbraio 2001 – che, limitandone le dichiarazioni entro i centottanta giorni, mette per iscritto il fastidio del legislatore rispetto a rivelazioni che spesso hanno bisogno di un lasso di tempo assai più lungo? Ora è molto più facile essere estromessi dal programma di protezione. E i pentiti non potranno più tornare in libertà se non dopo avere scontato un quarto della pena, 10 anni in caso di ergastolo. Sarà un caso, ma da quando è entrata in vigore la nuova normativa, i pentiti hanno preferito non pentirsi più. Era difficile prevederlo? Ma in quale Paese al mondo un ministro si permetterebbe di dire (Pietro Lunardi, 22 agosto 2001) che «bisogna convivere con la mafia»? Neanche in Colombia, dove nessun uomo di governo si sognerebbe di dire che «bisogna convivere con i narcos». Ma in quale Paese al mondo si cancella con un tratto di penna il «falso in bilancio»( legge sulla «riforma del diritto societario», 28 settembre 2001), salvo poi doversi trovare in brache di tela di fronte a scandali della portata di quelli della Parmalat o di Cirio? Ma in quale Paese al mondo si fa un provvedimento (3 ottobre 2001) che entra nel merito delle fotocopie delle pagine degli atti che stanno alla base delle rogatorie internazionali con l’evidente risultato di inceppare tutto? Ma in quale Paese al mondo pagando una tassa insignificante si possono fare rientrare dall’estero i capitali che si sono fatti espatriare illegalmente (decreto del 26 ottobre 2001)? Ma in quale Paese al mondo sarebbe stata approvata fulmineamente la legge sul legittimo sospetto (a firma di Melchiorre Cirami, ex magistrato siciliano eletto in Forza Italia, 5 novembre 2002) che, sulla scia di quella sulle rogatorie, sembra modellata su «imputati eccellenti» ai quali il processo risulta stretto? No. Abbiate pazienza. Non è tutto. Ma in quale Paese al mondo, il presidente del consiglio annuncia alle agenzie (lo ha fatto Silvio Berlusconi) che in occasione dell’undicesimo anniversario della strage di Capaci (23 maggio 2003) si recherà sul luogo dell’agguato a inaugurare la stele decisa dalla presidenza del consiglio? Direte: che male c’è? Niente di male. Solo che pochi giorni prima dell’anniversario si scopre che quella stele non c’è mai stata. E, di conseguenza, Berlusconi è costretto ad annullare di gran carriera la sua visita annunciata in ricordo del sacrificio di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montanari, Rocco Di Cillo, Vito Schifani. Roba da governo dei cani, ce lo volete consentire? Neanche adesso è tutto. Ma in quale Paese al mondo, il presidente della commissione antimafia (il senatore di Forza Italia, Roberto Centaro), in occasione della presentazione della relazione di maggioranza (fine luglio 2003), si permette di dire che poiché sino a oggi i processi non sono stati in grado di individuare i «mandanti» delle grandi stragi che hanno insanguinato l’Italia, se ne deve dedurre che i mandanti non ci sono, e che affermarne l’esistenza («rumore informativo»), è il frutto avvelenato della strumentalizzazione di sinistra? Ma in quale Paese al mondo un premier dichiarerebbe (lo ha fatto Berlusconi) che «i giudici sono matti»? Rileggiamola allora quella dichiarazione al settimanale inglese The Spectator (settembre 2003): «Questi giudici sono doppiamente matti. Per prima cosa perché lo sono politicamente, e secondo me sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antopologicamente diversi dal resto della razza umana». Chiara l’antifona? Ma in quale Paese al mondo un uomo politico offenderebbe (lo ha fatto Renato Schifani, capogruppo di Forza Italia al Senato) le due sorelle dei magistrati-simbolo entrambi assassinati dalla mafia? Ricordiamo le parole di Schifani: «Le signore Maria Falcone e Rita Borsellino, con le loro dichiarazioni, hanno offeso la memoria dei loro eroici fratelli» (si erano permesse di criticare aspramente Berlusconi proprio per le sue frasi sui «giudici matti» nda ). Ancora: «le due signore, entrambe militanti a sinistra, non solo hanno finto di non avere capito che il presidente Berlusconi si è chiaramente riferito a una ristrettissima cerchia di magistrati (sic!) ma, con una disinvoltura che preferisco non commentare, hanno strumentalizzato due eroi civili che, per fortuna di tutti, sono patrimonio della collettività». (…) E lasciateci dire anche questo: in quale Paese al mondo si approva una legge (il lodo Schifani) per mettere al riparo il presidente del consiglio da indagini e processi passati presenti e futuri? Che in Italia ci sia un colossale conflitto di interessi nel resto del mondo lo sanno tutti, e anche quegli italiani che per il governo dei cani hanno votato senza tentennamenti. Come tutti sanno che il mondo dell’informazione televisiva è ormai attraversato da scorribande stucchevoli, con il Tg1 ridotto a qualcosa che assomiglia troppo da vicino ai vecchi Film Luce. La domanda è questa. Di fronte al panorama che abbiamo descritto, quale volete che sia la determinazione del governo Berlusconi nel combattere la mafia? A ottobre 2001, la Dia aveva rilanciato l’allarme su possibili nuovi attentati dinamitardi, disegnando lo scenario di uno scontro tra carcerati e uomini d’onore in libertà. Sulla spinta di questo allarme, l’opposizione insorse, e il 19 dicembre 2002 diventò definitivo il 41 bis. Una foglia di fico? Giudicate voi. In compenso, il buon ministro degli interni, Beppe Pisanu, cerca di darsi da fare. Arresta latitanti di ‘ndrangheta, camorra, Sacra Corona Unita e terrorismo vecchio e nuovo. Ma la Sicilia resta tranquilla. La Sicilia, a suo tempo, ricambiò con maggioranze bulgare Forza Italia. Resta – come dicevamo – quell’inquietante striscione esposto allo Stadio di Palermo. Segno forse che i mafiosi (famelici) si aspettavano di più dal governo dei cani. Le prossime scadenze elettorali diranno una parola definitiva su ciò che ribolle nel magma sotterraneo della Sicilia, regione, non dimentichiamolo, che da sola conta ormai quasi sei milioni di abitanti.

    23 maggio 2004
    pubblicato nell’edizione Nazionale (pagina 22) nella sezione “Cultura”

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