Cosa insegna il caso Scaglia? Scuto (Camera penale Milano): «Servono giudici forti e imparziali. Lontani dai pm»

Di Chiara Rizzo
23 Ottobre 2013
Dopo l'assoluzione del fondatore di Fastweb, il presidente dei penalisti milanesi invoca separazione delle carriere e responsabilità civile dei magistrati

«Succede così che si diffonda un sentimento di sorpresa a fronte di un’assoluzione (come ad esempio quella del fondatore di Fastweb, Silvio Scaglia, ndr) e si trascuri che l’imputato, come altre decine di migliaia di persone, abbia patito un lungo periodo di custodia cautelare prima del processo e in condizioni disumane. Riaffiora così il tema della necessità di un giudice forte». Così ha scritto, in una lettera aperta al Corriere della Sera, il presidente della Camera penale di Milano, Salvatore Scuto. Che ora risponde a qualche domanda di tempi.it.

Avvocato chi è il “giudice forte” che lei invoca?
Un giudice forte è davvero indipendente, cioè realmente terzo e imparziale. Il problema più forte oggi è quello della geometria processuale. Per fare una metafora, la figura più giusta per rappresentare il processo sarebbe quella del triangolo equilatero: a un vertice il giudice e agli altri due, che restano ugualmente distanti, l’accusa e la difesa. Purtroppo, nella nostra storia processuale, siamo stati abituati ad avere triangoli scaleni: dove il vertice del pm è vicino a quello del giudice. È sbagliato: è giusto che un giudice sia davvero forte e imparziale.

E come si può arrivare a questa terzietà?
Serve un nuovo disegno costituzionale in cui è auspicabile che il pm conservi le caratteristiche di autonomia e indipendenza: sono assolutamente favorevole alla modifica del titolo IV della Costituzione, introducendo però degli accorgimenti che portino alla separazione delle carriere. È un passo che si può fare, ci sono già dei disegni di riforma costituzionale che non alterano lo status di indipendenza del pm, ma gli consentono di guadagnare in terzietà. La responsabilità civile sarebbe un corollario di questo aspetto, anzitutto perché può essere inserita anche con la Costituzione così com’è oggi. Va inserita perché la legge attuale non funziona, dato che ci sono una serie di filtri legati al profilo della sola responsabilità per dolo o colpa grave, che hanno reso possibile arrivare a sentenza di condanna di un magistrato in cinque o sei casi dal 1988. Il tema della responsabilità di un magistrato è sicuramente delicato, non va corso il rischio di una responsabilità che diventi una scure affilata sul giudice che deve decidere, ma occorre trovare un sistema che coniughi l’indipendenza del pm sotto il profilo della responsabilità civile.

Secondo lei si riuscirà a fare questo processo di riforma?
Il problema è che il dibattito sulla giustizia è attraversato da tanti pesi e pochi contrappesi. Di conseguenza uno dei piatti della bilancia della giustizia è più in alto, e si può capire facilmente che oggi è quello della magistratura. Sull’altro piatto della bilancia c’è sicuramente una politica debole. Bastano una serie di processi delicati, basta persino un solo processo a Berlusconi perché la situazione diventi critica e precaria. L’attività di per sé delicata di giudizio – delicata anche quando si decidono le sorti di un borsaiolo o di un bancarottiere – quando vede sul banco degli imputati il presidente del Consiglio o il capo dell’opposizione o il capo dello Stato acquisisce un ruolo quasi “assoluto”. Le sorti del paese restano appese a una sentenza dato che probabilmente se Berlusconi fosse stato giudicato innocente, sarebbe sicuramente diverso anche il panorama politico attuale. Negli anni Settanta si parlava di funzione di supplenza della magistratura: allora c’erano i “pretori verdi” che tutelavano l’ambiente in mancanza di interventi del legislatore in materia, forzando l’interpretazione e soprattutto richiamando spesso alcuni dispositivi costituzionali. Insomma la magistratura si faceva carico di problemi che non le competevano, perché il magistrato è chiamato a giudicare un singolo caso. Invece in Italia questo schema non ha mai funzionato in maniera pura, ma sempre con dei correttivi che hanno portato il sistema giustizia lontano dal proprio alveo e dalla sua naturale attività. Tutto ciò si è aggravato negli ultimi venti anni.

La grazia a Berlusconi, secondo lei, sarebbe un modo per cambiare questa situazione? Servirebbe a pacificare gli animi?
No, secondo me la grazia funzionerebbe solo se fosse preceduta da una pacificazione sociale. Tutti dovrebbero fare un passo indietro per dialogare seriamente sulle riforme. L’amnistia che ha proposto Togliatti dopo il 1945 interveniva dopo che il paese aveva cercato di risanare le proprie ferite. Se domani Napolitano concedesse la grazia a Berlusconi cambierebbe forse qualcosa nel rapporto magistratura-politica? Non credo proprio.

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1 commento

  1. francesco taddei

    per una volta tanto il pdl faccia una cosa seria e lo candidi nel proprio partito con la prospettiva di farlo ministro.

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