
Comunione ai divorziati risposati. Al Papa arrivano le prime richieste ma la grazia è un diritto?
Anche se in principio ci volle del tempo prima di cambiare costumi e mentalità (sembra che il Codice di Giustiniano li ammettesse ancora), Gesù non si schierò con gli amanti passeggeri e abolì la rottamazione dei matrimoni. «Ma allora non conviene sposarsi», reagirono fin dall’inizio Pietro e gli altri. No, non conviene. Lo dice anche Paolo. «Ai celibi e alle vedove dico che è bene per loro che se ne stiano come sto anch’io. Ma se non riescono a contenersi, si sposino; perché è meglio sposarsi che ardere» (1 Corinzi 7). A proposito. Qualche giorno fa eravamo negli studi Mediaset di Cologno Monzese. C’era il nuovo papa da ammirare. E, secondo i dati Auditel, anche un paio di milioni di telespettatori ad ascoltare i nostri chiacchiericci su «come cambierà la Chiesa con Francesco». In effetti. Occhi lucidi puntati diritti in telecamera. Vestita di raso. Scollatura ardente. Insenatura prorompente. Barbara D’Urso si è presentata con un outing impeccabile. «E adesso ci aspettiamo che papa Francesco ammetta a fare la Comunione anche i divorziati come me!». Si capisce. «Sono stata tradita. Ci siamo lasciati. Sono passati dieci anni. È nato un nuovo amore. Ma se Dio è amore, perché non ho anch’io diritto a fare la Comunione?». E giù applausi torrenziali.
GESÙ NON È UNO SPEZZATINO. Tranne che dalla poltrona accanto. Tranne che dal povero Paolo Brosio (sbertucciatissimo da che si convertì sulle colline di Medjugorje). Il quale insorge. Dà in testa a Giunone. Copre la telecamera. Squittisce come uno scoiattolo in voliera. «Ma Barbara, che dici? Anch’io ho due divorzi alle spalle e adesso ho un’amica, però mi astengo, tu non puoi andare a letto con chi ti pare e chiedere di ricevere Gesù. Gesù non è uno spezzatino che un giorno lo condisci al sugo, un altro lo fai in bianco. Se scegli Gesù, e io scelgo Gesù, un sacrificio lo devi fare». Come si finisce in una disputa intorno all’Eucarestia (“corpo reale di Cristo”) e ai divorziati, lo si comprende alla luce del dato sociologico sulla crisi del matrimonio. Il numero dei divorzi è in crescita ovunque. E in alcuni casi (Stati Uniti e Regno Unito) rappresenta ormai la metà delle unioni. Mentre nei paesi dell’ex “socialismo reale” è una delle pratiche sociali da sempre più diffuse. In Italia, stando ai più recenti dati Istat, alla fine del 2011 si contavano 1.185.522 divorziati. E altri 146 mila se ne sarebbero aggiunti nel 2012. Negli ultimi quindici anni, sia le separazioni che i divorzi sono raddoppiati. Nel 1995 si registravano 158 separazioni e 80 divorzi ogni 1.000 matrimoni. Nel 2010, 307 separazioni e 182 divorzi. Attualmente la durata media dei matrimoni in Italia è di 15 anni. Mariti e mogli si lasciano mediamente tra i 42 e 45 anni. E anche tra gli ultrasessantenni sembra sia venuto di moda lasciarsi.
PAPA FRANCESCO. Da qui derivano anche le preoccupazioni della Chiesa. Che lo spettacolo mediatico ama tradurre in leggende metropolitane. Come questa legata all’elezione del nuovo pontefice e a cui Wikipedia ha subito prestato un vestitino strampalato. Della serie «papa Francesco pare che sia favorevole alla amministrazione dell’Eucarestia ai fedeli divorziati o separati». Ora, a parte il fatto che “separati” e “divorziati” non sono la stessa cosa. E che il separato, come il divorziato, può già accedere ai sacramenti se «non si lascia coinvolgere in una nuova unione» (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, 83). L’aria rimane ugualmente impregnata di corsa ai “diritti”. Così, lo showbiz rilancia la leggenda sui media buoni nella versione buona a riprodurre la storia del “papa buono”. Detta con una firma Mondadori (in margine al lancio in edicola, allegato a Panorama, di un libro del 2010 dell’allora cardinale arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio), l’autoprofezia che si vorrebbe avverata è che «in un vademecum scritto quando era vescovo papa Francesco parlava di Comunione per i risposati». Tutto è possibile. Può darsi che papa Francesco rivoluzionerà la dottrina in materia. Di fatto, la cosa più recente detta da papa Bergoglio in tema di Eucarestia e divorziati non è un’apertura al supermercato. Anzi. «Cosa direbbe ai divorziati che hanno formato una nuova unione? “Che si integrino alla comunità parrocchiale, che lavorino lì perché in una parrocchia ci sono cose che loro possono fare. Che cerchino di essere parte della comunità spirituale, che è ciò che consigliano i documenti pontifici e il magistero della Chiesa. Il Papa ha indicato che la Chiesa li accompagna nella loro condizione. È vero che ad alcuni di loro dispiace non poter fare la Comunione. Ciò di cui c’è bisogno in questi casi è di spiegare le cose. Esistono casi in cui ciò risulta complicato. Si tratta di una spiegazione teologica che alcuni sacerdoti espongono molto bene, e la gente la capisce”». (Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti, Il Gesuita. Conversazioni con il cardinale Jorge Bergoglio, Vergara Editore, Buenos Aires, 2010, pagina 91)
COMUNIONE AI DIVORZIATI. Come che sia, la stessa gentile perifrasi con cui Bergoglio ribadiva l’essenziale fa capire che il tema è popolare. Perciò, occorrono sacerdoti che «lo espongono molto bene». Il problema è che sono parecchi decenni che ogni spiegazione (Gaudium et spes, 1965; Humanae Vitae, 1968; Familiaris Consortio, 1981; Lettera ai vescovi della chiesa cattolica, 1994, Sacramentum Caritatis, 2007; solo per citare alcune delle più notevoli) è puntualmente sormontata dal secolarismo. Anche – e, forse, soprattutto – all’interno della Chiesa. Così, tra le rivendicazioni che si sono affastellate sulle spalle bimillenarie del soglio petrino fin dagli anni immediatamente successivi al Vaticano II interpretato alla luce delle categorie della contestazione sessantottina (libertà di contraccettivo e di preservativo, abolizione del celibato per i preti, sacerdozio per le donne, eccetera), oggi si rafforza questa richiesta di concedere la Comunione al “popolo” dei divorziati. Lo scorso anno, per esempio, fece un certo scalpore la sfida lanciata al magistero da 170 preti cattolici tedeschi che sottoscrissero un memorandum in cui confessavano: «Noi diamo la Comunione ai divorziati risposati». E un condensato di tali istanze si ritrova in un grande principe della Chiesa: il cardinale Carlo Maria Martini. Il quale, in un’ormai famosa intervista apparsa postuma (Corriere della Sera, 1 settembre 2012), a firma del gesuita Georg Sporschill SJ e della signora Federica Radice Fossati Confalonieri, dichiara: «La domanda se i divorziati possano fare la Comunione dovrebbe essere capovolta. Come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a chi ha situazioni familiari complesse?». Furono le sue ultime parole: «La Chiesa è indietro di duecento anni». Aggiungeva l’arcivescovo emerito di Milano: «Come mai la Chiesa non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio?». E concludeva: «Solo l’amore vince la stanchezza. Dio è Amore». Applausi.
SACRA ROTA. Ma allora ha ragione Barbara D’Urso? Una dottrina semplice In realtà la Chiesa cattolica sembra mostrare la sua bella giovinezza anche in questa delicata controversia. Nell’ottobre scorso, durante una conferenza stampa in margine al Sinodo dei Vescovi, il presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa, il cardinale Péter Erdö, rivelava ad esempio che «sui divorziati risposati qualcosa c’è, ma finora non sembra molto maturo». Ma intanto cresce la pressione. Alessandro Meluzzi, altro simpatico convertito, propone una marcia verso l’Oriente. «L’esempio potrebbe essere quello che viene dai fratelli delle Chiese sorelle ortodosse d’Oriente, in cui si celebra un secondo matrimonio». Con ciò, anche il problema dell’indissolubilità sarebbe superato. Ma un’autorevolissima voce della Sacra Rota obietta e spiega a Tempi: «La dottrina della Chiesa cattolica è semplice: il matrimonio è indissolubile. Se uno che ha contratto matrimonio si unisce a una terza persona questo legame è adultero. Non è una punizione la negazione dell’Eucarestia. È nella natura delle cose». Però è anche vero che divorzi e separazioni sono in crescita anche tra i cattolici. «Non c’è stata sin qui una alternativa coerente alla non ammissione ai sacramenti. Vescovi tedeschi proponevano una sorta di grazia a discrezione, sull’esempio delle Chiese orientali. Non si è capito come ciò sia compatibile con l’indissolubilità. Il vescovo greco-ortodosso ha questo bel titolo di “economo della grazia”, ma il pensiero greco non ha la stessa esigenza di coerenza e logicità del pensiero cattolico. Se il partner è vivente e l’unione è indissolubile, come si fa ad ammettere lo scioglimento del matrimonio al di fuori dei casi previsti dal diritto canonico? Se tu porti via un mattone crolla tutto l’edificio. Se in nome dell’“amore” si può dispensare dall’indissolubilità del vincolo, nel nome dell’“amore” si dovrà ammettere anche le unioni dello stesso sesso. Se invece si procedesse verso l’interpretazione del vescovo come “l’economo della grazia del supremo sacerdozio, specialmente nell’Eucaristia”, come proclama la liturgia bizantina, si porrebbe il problema dell’arbitrarietà. Seguendo quali criteri oggettivi un vescovo diocesano potrebbe dispensare dal vincolo matrimoniale una persona e un’altra no? Ad oggi questi criteri non si trovano. E poi, cosa diciamo a quanti si sacrificano e si sono sacrificati per restare fedeli al sacramento? Inoltre, bisognerebbe abolire l’Humanae Vitae. Un’enciclica, ricordo, secondo la quale l’atto sessuale è lecito solo all’interno del matrimonio».
LE PAROLE DI BENEDETTO XVI. Eppure, non soltanto gli ultimi due pontificati “gemelli” hanno mostrato una particolare attenzione all’accoglienza e valorizzazione delle persone separate e divorziate. Ma quello di Ratzinger si è spinto fino ad attribuire un enorme significato perfino al sacrificio di non poter prendere l’Eucarestia. La sofferenza come dono Come ha spiegato Benedetto XVI lo scorso anno davanti al milione di famiglie radunate all’aeroporto di Bresso rispondendo alla domanda di una coppia di coniugi brasiliani, «anche senza la ricezione corporale” del Sacramento, possiamo essere spiritualmente uniti a Cristo nel suo Corpo». A divorziati e risposati occorre far capire «che la loro sofferenza è un dono per la Chiesa, perché servono così a tutti anche per difendere la stabilità dell’amore, del Matrimonio; e che questa sofferenza non è solo un tormento fisico e psichico, ma è anche un soffrire nella comunità della Chiesa per i grandi valori della nostra fede. Penso che la loro sofferenza, se realmente interiormente accettata, sia un dono per la Chiesa. Devono saperlo, che proprio così servono la Chiesa, sono nel cuore della Chiesa». Sandro Magister ha inoltre notato che se nella Chiesa cattolica ci sono state “aperture” teorico-dottrinali in materia di Eucarestia e divorziati, esse si devono proprio al grande prefetto e custode della dottrina della fede cattolica Joseph Ratzinger. Si tratta di novità contenute in un suo saggio del 1998 e che da papa ha voluto ripubblicare con una nota aggiunta (“La pastorale del matrimonio deve fondarsi sulla verità. A proposito di alcune obiezioni contro la dottrina della Chiesa circa la recezione della Comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati”, Osservatore Romano, 30 novembre 2011).
POSSIBILI NOVITÀ. Ed ecco, secondo l’esperta analisi di Magister, in cosa consisterebbe la duplice novità. «La prima è il possibile ampliamento dei riconoscimenti canonici di nullità dei matrimoni celebrati “senza fede” da almeno uno dei coniugi, pur battezzato. La seconda è il possibile ricorso a una decisione “in foro interno” di accedere alla Comunione, da parte di un cattolico divorziato e risposato, qualora il mancato riconoscimento di nullità del suo precedente matrimonio (per effetto di una sentenza ritenuta erronea o per l’impossibilità di provarne la nullità in via processuale) contrasti con la sua ferma convinzione di coscienza che quel matrimonio era oggettivamente nullo». In conclusione osserva Magister: «Sia sull’una che sull’altra pista Benedetto XVI auspica che l’approfondimento proceda. E fa capire di sperare in un esito positivo in entrambi i casi, “senza compromettere la verità in nome della carità”». Perciò anche papa Francesco poteva tranquillamente parlare, da cardinale, «di una spiegazione teologica che alcuni sacerdoti espongono molto bene» e «la gente la capisce». Perché, ha scritto il papa emerito Ratzinger, «senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario. La verità libera la carità dalle strettoie di un emotivismo che la priva di contenuti relazionali e sociali, e di un fideismo che la priva di respiro umano ed universale» (Deus caritas est, n. 3, 25 dicembre 2005).
VOCAZIONE UGUALE PER TUTTI. «Non accettare l’ordine delle cose – ci dice Jonah Linch, giovane sacerdote americano rettore del seminario San Carlo a Roma – è la migliore ricetta per essere infelici». Don Jonah è autore di un libro veramente unico, Improvvisazione libera su Dio, la musica, la scienza e l’amore, edito in questi giorni da Lindau. Che come scrive nella prefazione l’amico Paolo Cevoli, è una di quelle cose che «fa compagnia». Linch ricorda che comunque «esiste solo una vocazione: quella alla santità. E questa vale per tutti. Divorziati e risposati compresi». Ma che pensa il buon vecchio parroco di tutto questo ambaradan? «Alla dottrina cattolica sul matrimonio io aggiungo solo due semplici notazioni» ci dice don Fabio Baroncini, parroco milanese. «C’è una penitenza da fare in uno stato di vita che è venuto meno all’ideale. E c’è un problema educativo: una differenza dev’essere indicata tra chi viene meno all’ideale e chi, come un giovane, l’ideale si appresta ad abbracciare».
POST SCRITTUM. Ps. L’autore di questo articolo è stato al matrimonio di entrambi i suoi genitori. Tra i primi divorziati in Italia (1973) e risposati (1975). L’autore, per altro, nel 1974 fece campagna contro il divorzio. I genitori evidentemente no. Attualmente essi frequentano entrambi la Chiesa cattolica e, appellandosi al “foro interiore”, talora anche l’Eucarestia. O forse, essendo rimasto un po’ comunista, il vecchio padre no. Ma questa è un’altra storia.
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La Grazia non è un diritto e non è un dovere. La Grazia è un dono che viene da Dio e al quale siamo chiamati fin dalla notte dei tempi, dall’inizio della Creazione. Tutta la Creazione è Grazia. Il nostro universo ha 20 miliardi di anni e la comparsa dell’Uomo risale a 4 milioni di anni fa. Sembra che la grazia sia qualcosa che riguarda solo l’homo sapiens sapiens e non la Creazione. E non solo: un essere vivente che può vivere solo 70-80 anni e solo una volta, non può prevedere errori di valutazione sui propri sentimenti? E una volta sbagliato a scegliere il/la compagno/a per immaturità, poca chiarezza interiore, incapacità di leggere nei propri sentimenti ecc., non potrà mai più tornare indietro e se farà la comunione (con cui cerca Dio) commetterà peccato mortale come gli assassini (che non cercano Dio) e marcirà all’inferno per sempre! 70-80 anni di stupidità terrena contro l’inferno per l’eternità mi sembra un costo di fronte al quale il santo uffizio era un dispettuccio dell’asilo. Il foro interno esiste, cellula divina che l’Uomo ha in sé e a causa della quale può sentirsi essere divino. Senza contare che Dio viene prima delle religioni, prima dell’Uomo e prima della Creazione e che è uno solo. La separazione delle religioni l’ha fatta l’Uomo, non Dio. Concordo con Martini: la Chiesa è indietro di 200 anni. Ma forse di più. Finché il mondo non avrà un’unica fede (non sto parlando di religione, sto parlando di fede) e questa non smetterà di essere fondata sulla pesa dei peccati ma si fonderà sulla gioia e sul dono, l’unico dato certo è che tutte le religioni sbagliano. Abbiamo scambiato il normativismo con la Grazia. E, cosa tristissima, a quanto pare ha un peso grave in tutto questo il parere di chi il proprio matrimonio lo SOPPORTA con “cristiana” rassegnazione soffrendo le pene dell’inferno per tutta quella vita che Dio ci aveva dato per GRAZIA (la grazia di Dio prevede una gioia sconfinata e profondissima) e che si è “per Grazia” trasformata in un inferno. Questi sono quelli che meno sopportano che qualcuno scelga in coscienza sia di divorziare che di assumere l’eucarestia. Siamo lontani anni luce dalla Verità, egregio Luigi Amicone. Si svegli.
A chi ha scritto prima di me consiglio di leggere la Bibbia e il Vangelo secondo la corretta traduzione dall’aramaico e dal greco e di esimersi dall’estrapolare versetti qua e là senza ricondurli al contesto in cui sono nati. Consiglio inoltre di rinunciare a dare alla Chiesa cattolica ufficiale il primato sull’interpretazione perché la nuova teologia l’ha già contraddetta su moltissimi e importanti argomenti. La Chiesa leguleia ha ancora tra i suoi santi venerabili, i carnefici dell’inquisizione e una montagna di peccati terrificanti. Smettiamo di considerare la Chiesa e le sue leggi un faro. Sul matrimonio la bibbia e il vangelo si contraddicono. Inoltre, se vogliamo essere legalisti, non è mai venuto meno il principio secondo il quale la donna che il marito tradisce, non ha colpa. Ma la vita sociale dell’ebraismo, sia nel vecchio che nel nuovo testamento, non riconosceva uguali diritti a uomini e donne, né le donne lavoravano. E solo di rado e per grande fortuna ci si sposava per amore. Evidentemente vogliamo accordare una società che era profondamente diversa dalla nostra, alla nostra, su alcune cose mentre su altre si manda ancora alla lapidazione. C’è un bel libro che vi consiglio: “In principio era la gioia” di Matthew Fox (domenicano radiato dall’ordine da Ratzinger per la divulgazione di idee troppo liberali). Liberi tutti.
Non capisco la ragione di tanta pervicacia nell’articolista. Come se l’intero edificio della fede cattolica dipendesse esclusivamente dalle questioni esposte.
I preti cattolici di rito greco possono sposarsi. I preti cattolici di rito latino potevano sposarsi sino al secolo XI. Poi la legge della Chiesa cambiò; niente nel Vangelo ne parla come dogma di fede
Non leggo nessuna particolare pervicacia nell’articolo.
Trovo che sia anzi ben fatto e spieghi in modo esaustivo (e per quel poco che ne so, corretto) la posizione della Chiesa sul tema, che come si vede è molto meno “retrograda” di quanto il mondo faccia credere.
Non è corretto, e in materia c’è una certa diffusa ignoranza.
Non è che i preti cattolici di rito orientale possono sposarsi, ma possono essere ordinati al sacerdozio (non all’episcopato!) uomini già sposati. Avviene cioè, ad un grado del sacramento maggiore, quanto avviene nella chiesa cattolica di rito latino per i diaconi (appunto “permanenti”, non diventeranno mai preti), che possono essere uomini già sposati.
E’ una bella differenza, ed in realtà lo era anche di più se si considera che fin da subito la Chiesa cattolica latina, anche quando ordinava uomini sposati, chiedeva loro da quel momento in poi l’astinenza sessuale (per questo ci voleva anche il consenso della moglie all’ordinazione, cosa di cui è rimasta traccia nell’attuale ordinazione dei diaconi permanenti -reintrodotta in tempi recenti, da secoli era scomparsa-, anche se non c’è più questo obbligo). E’ proprio perché tale astinenza non era molto osservata che la prassi nella Chiesa latina cambiò e si decise di ordinare solo celibi.
Nella società di oggi quello che si può fare viene sempre fatto, alla fine.
Le persone non riescono a capire una proibizione imposta da regole che potrebbero essere modificate con un tratto di penna.
Esempio lampante sono i dibattiti che si svolgono su matrimonio e adozione omosessuale, infanticidio (ne discutono i bioeticisti sic!), pedofilia intesa come orientamento sessuale ed esperimenti per il miglioramento del genoma umano.
Non esiste etica o morale che potrà trattenere l’ uomo del futuro dal fare tutto ciò che vuole, anzi dal fare tutto ciò che scienza e tecnologia gli permetteranno di fare.
Mettiamoci il cuore in pace.
Argomento sicuramente complesso e il rischio e’ quello di banalizzare. Credo però che Gesù sia venuto ad incontrare i malati, non i sani. Mi sembra che invece la comunione sia distribuita come “premio” per quelli bravi. Non credo che questo fosse l’intento originale. È nell’incontro con Cristo che mi converto, ma se questo incontro sacramentale mi è negato, come posso convertirmi?
Non credo che il punto sia questo. Penso che l’articolo spieghi bene il punto di vista della chiesa: con il matrimonio religioso si contrae un vincolo indissolubile, ben al di sopra di quello civile. Per la chiesa, il divorzio non ha valore. Quando ci si sposa in chiesa si sa bene che ci si vincola per la vita. Si sceglie LIBERAMENTE che quello sarà l’unico/a partner per il resto della vita, QUALUNQUE COSA ACCADA, anche se si viene abbandonati o si “subisce” un divorzio. Sono io, quando mi sposo, a giurare che non avrò nessun’altra, in nessun caso. Se subisco un divorzio e poi mi trovo un’altra donna, vengo meno ai miei impegni, che restano del tutto immutati, se non altro verso Dio che ha consacrato la mia prima unione. Per questo non si può avere l’Eucaristia. Comprendo bene chi decide di non restare solo dopo il divorzio; tuttavia non posso pretendere che le mie vicende cancellino il sacramento che, ripeto, ho scelto liberamente di ricevere, con tutte le conseguenze.
Esaustivo.
Condivido in toto. A me e’ sempre stato insegnato che, se vengo meno ad un giuramento preso davanti a Dio, sono io che rompo la mia unita’ con Lui e percio’ non sono piu’ in comunione con la Chiesa per mia decisione! Non dimentichiamo cio’ che disse Gesu’ : “L’uomo non divida cio’ che Dio ha unito!”.
Restare fedeli a questo impegno non e facile ma non impossibile e lo dice una che e’ separata da venti anni. E’ in questo caso che l’Eucaristia aiuta molto! Tutto dipende da cio, che ci sta a cuore, se la comunione con Gesu’ e la Chiesa o la soddisfazione dei nostri, seppur umanissimi, desideri.
io vorrei sapere perche’ una suora o un prete che si sposa con Dio puo’ spogliarsi e sposarsi con un uomo o donna .Ha fatto ugualmente il voto per sempre con DIO ?’
Un caro amico cattolico divorziato e convivente mi confidava il desiderio che aveva di accostarsi all’Eucarestia e la pena per l’impedimento.
Mi son sentito di dirgli che si trovava in una situazione un po’ privilegiata in quanto gli provocava ciò che spesso a me, non impedito, mancava; il desiderio di Gesù.