Buttafuoco: «Se Ingroia va ad Aosta scopre che dietro il delitto di Cogne c’è Dell’Utri»

Di Chiara Rizzo
12 Aprile 2013
Intervista allo scrittore siciliano su ciò che si agita nell'animo dell'inquieto pm. «Ingroia incarna solo lo sceriffo di Nottingham, altro che Robin Hood»

Ad Antonio Ingroia piace il caldo. In Guatemala è andato con entusiasmo, a Roma si sarebbe diretto molto volentieri, dopo l’insuccesso delle ultime elezioni voleva restare in Sicilia a fare l’esattore delle tasse. In Valle d’Aosta non ci vuole andare, se non «in vacanza». Essendo difficile capire cosa si agita nell’animo di Ingroia, tempi.it ha chiesto l’aiuto dello scrittore Pietrangelo Buttafuoco, sensibile interprete dello spirito siciliano.

Buttafuoco, è forse antropologicamente inaccettabile per un siciliano finire in Valle d’Aosta?
No. Bisogna ribaltare questo luogo comune, i siciliani al Nord si trovano bene. Tant’è vero che si sentono più a loro agio a Milano che non a Roma, che trovano un po’ provinciale data la scarsa capacità della capitale di accogliere le presenze stravaganti. Il Nord ha più uso di mondo, più charme, più vicino a ciò a cui è abituato un siciliano. L’altra grande città del nord è Napoli.

Napoli?
Sì perché non è vero che è meridionale. Napoli è una città cosmopolita, e anche lei ha charme. È culturalmente elevata.

Però Ingroia va ad Aosta. Cosa c’è che non va lì?
Arrivo al punto. La Sicilia contiene tutti i paesaggi, da quelli elvetici a quelli occidentali. A Capizzi, sui Nebrodi, ci si sente ad esempio subito in un’atmosfera perfetta per gli stambecchi. Tra i canneti della costa ragusana invece ci si sente dall’altra parte dell’emisfero, come ai Caraibi. La Sicilia è terra adatta a tutte le storie, le culture e i destini universali che infatti qui si sono dati appuntamento. Non a caso il più grande rappresentante dello spirito siciliano è Federico II di Svevia, il grande imperatore che era allo stesso tempo sultano islamico, könig germanico, spirito greco, imperatore romano. Ingroia non ha nulla di questo spirito umano ed è solo fedele alla caricatura che gli ha costruito Crozza.

Quello che dice «Non c’ho voja».
Ingroia mi ricorda la storia di un grande e famoso scrittore, che aveva un fratello a cui tutti dicevano: “«Ma lei è bravo, lo scriva lei un libro, anziché lasciarlo fare a suo fratello». E quello alzava le spalle, e poi sbottava: «Mi siddia».

Per un pm antimafia al centro del battage mediatico come Ingroia sarà forse duro lavorare ad Aosta.
Ma come, proprio lui si perde l’occasione di dimostrare che dietro il delitto di Cogne ci sta Marcello Dell’Utri?

Da siciliano come l’avrebbe visto nelle vesti di grande esattore, dopo quelli di grande accusatore?
Ah, perfetto. Da Robin Hood qual voleva porsi con Rivoluzione civile, saremmo passati dritti allo Sceriffo di Nottigham. Ma così il fato non volle.

A proposito dell’ambizione di essere Robin Hood. Secondo lei perché uno come Antonio Di Pietro, un altro che si sentiva come l’eroe, è durato 20 anni prima di uscire dalla politica, e Ingroia appena due mesi? È cambiato qualcosa nella percezione politica?
Non lo so. però è certo che Ingroia incarna solo lo sceriffo di Nottingham, altro che Robin Hood. Ma ormai tutti noi italiani aspettiamo già Re Riccardo.

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