Terra di nessuno

Isola di San Giulio. Un altro mondo in mezzo al lago

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Pubblichiamo la rubrica di Marina Corradi contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Isola San Giulio, luglio. L’isola di San Giulio è un palmo di terra in mezzo al lago d’Orta, su cui il monastero benedettino Mater Ecclesiae si erge come un castello. Non appena il motore del battello che mi ha portato qui da Orta si allontana, sento allargarsi attorno a me il silenzio, anche più ampio e più profondo del lago, attorno. Che pure, calmo e liscio, in questa mattina calda d’estate sembra grande. Non un lago, ma un mondo di mezzo, o un insondabile confine. Di là noi, le case, le auto, le città, il rumore, di qui la clausura, settanta monache avvolte nel loro velo. Di qui il silenzio, e quanto denso. Preme, e mi incute una percepibile inquietudine. Non ci si potrà perdere in questa pace estrema, smarrirsi, dimenticandosi di sé? Mi accorgo che stringo nella mano il cellulare, come ad aggrapparmi a una sicurezza. Io, sono di quell’altro mondo, di fuori; e sono qui, mi ripeto, solo di passaggio. Al battelliere ho chiesto di essere puntuale, domattina alle nove.

Quest’isola ha in sé qualcosa di profondo e forte, che trapela in superficie. Qui, nella antica basilica, è sepolto san Giulio, evangelizzatore del secolo IV. Ogni pietra del selciato, penso, potrebbe raccontare una storia: la storia di migliaia di piedi che nei secoli l’hanno calcata, venendo a cercare pace, e, nella pace, Dio. A lungo qui c’è stato un seminario. Cammino e mi pare di poter sentire le voci dei ragazzi che giocavano, nell’ora di ricreazione. Nella intensità del silenzio vengono esaltati i profumi, che in questo colmo d’estate stanno sospesi nell’aria calda. Profumo di gelsomino, inebriante, eco di Cantico dei Cantici. Di magnolia. Di erba. Di rosa. Aspiro a fondo: che ci si possa, di questa fragranza, ubriacare?

Sono troppo carnale, troppo vorace, mi dico allora. Non potrei mai stare lì dentro, a cantare ad ogni alba il Mattutino.

Ma quando, a notte ancora fonda, lo ascolto dalla bocca delle monache, in cappella, mi commuovo: cantare, penso, Dio ogni giorno, aspettando l’aurora. Da fuori, un uccello dopo la notte prende a gorgheggiare. In questa grande quiete, ogni piccolo suono si fa evento.

A colazione, nel refettorio, sento leggere questo commento di Divo Barsotti al Prologo della Regola benedettina: «Ascoltare, accogliere Dio attraverso tutto, in tutto, sempre: ecco la vita cristiana. Di qui la necessità di una vita contemplativa non soltanto per chi vive in monastero, ma per chiunque: per chi sta in città, in campagna, per chi va al mercato, in ufficio: sempre ci si trova dinanzi a Dio».

Cammino ancora per San Giulio, ascoltando ora l’onda mansueta del lago che si infrange come una carezza al molo. Che sia puntuale il battello, domattina alle nove, spero. Sedotta e avvinta da quest’altro mondo, bello da far paura.

Foto isola di San Giulio da Shutterstock

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