Tremende bazzecole

Festa del papà. Elogio di tutti quelli che «servono a costruire»

«In tutta la mia vita mi sono piaciuti gli spigoli, e quella linea di confine
che separa nettamente una cosa dall’altra».

G. K. Chesterton

Ho inaugurato questo blog più o meno un anno fa, parlando della festa della donna. Mi sembra giusto scrivere qualcosa anche sull’altra metà della famiglia; non tanto per par condicio, ma perché non si sa mai. Non si sa mai fino a quando potremo usare la parola «papà» senza essere accusati di inconsulto razzismo nei confronti del mito dell’asessualità.

Da questo punto di vista, ahimè, mio figlio, sebbene abbia solo 6 anni, è già su una brutta, bruttissima strada. L’ho sentito dire: «I papà servono a costruire i Lego; le mamme a cucinare». Se fossi stata un altro tipo di persona, forse gli avrei fatto un bel discorsetto sulle pari opportunità; poi gli avrei dipinto l’utopia ancor più egualitaria di un mondo senza più differenze, quello dove spariranno anche le quote rosa, perché non ci sarà alcuna distinzione tra i sessi: non ci saranno più mammiferi e paternali, solo un polverone di neutri. Invece, gli ho risposto a modo mio: «Dunque, che dici: faccio la ciambella o la crostata?».

Ma poi ho pensato davvero a quel che aveva detto, «i papà servono a costruire». In casa c’è uno che fa il tavolo e una che mette a tavola – questa era la sintesi familiare di mio figlio. Stereotipi vecchio stampo, si dirà. Non credo, o almeno: c’è una radice di sano senso comune dietro ciò che per alcuni è diventato solo il vuoto insulso degli stereotipi. C’è la solidità operativa del padre e l’innata predisposizione all’ospitalità della madre. Ho pensato a San Giuseppe, che era falegname (la sua sposa Maria era, invece, molto attenta nel notare se a tavola mancava il vino). Ho pensato a mio papà, che è stato fabbro, e anche adesso che è in pensione starebbe sempre lì con qualche attrezzo in mano a sistemare, riparare, aggiustare, piallare. Ho pensato al papà di Chesterton, che gli costruì un teatrino domestico, dove metteva in scena delle fiabe. «L’inglese all’antica, come mio padre, vendeva case per guadagnarsi da vivere, ma riempiva di se stesso la casa in cui viveva». Mr Ed era un uomo dai mille hobby domestici, si dilettava di pittura ad acquerelli, modellismo, fotografia, decorazione di vetri, intaglio, lanterne magiche e illuminazioni medievali e di lui il figlio Gilbert dice: «Ho imparato ad amare il veder fare le cose: non il meccanismo che alla fine presiede alla fabbricazione, ma le mani che fanno. Di Dio stesso non si può esprimere un’idea più grandiosa, Egli fa le cose».

In un contesto ben più alto, Chesterton recuperò questa immagine infantile spiegando con un paradosso meraviglioso il succo della filosofia di San Tommaso d’Aquino: tra Dio e il Diavolo chi ha una visione concreta delle cose è Dio. È lui il Fattore e Creatore. Lui ha fatto le cose, il Diavolo ci ha solo parlato sopra: «L’opera del cielo è stata soltanto materiale: la creazione di un mondo materiale. L’opera dell’inferno è soltanto spirituale». Spirituale, nel senso di «astratta»: la menzogna vola per aria e posa intenzioni cattive su tutte le cose buone che Dio ha fatto. È diabolico, etimologicamente, tutto ciò che separa il nostro pensiero dalla viva sostanza delle cose. Dio ha la consistenza del suo Creato, il diavolo ha l’inconsistenza del chiacchierone sfaccendato.

Il lavoro del costruttore è tutto fatto di distinzioni e limiti, osservazione e calcolo dei rapporti. Ha le mani in pasta, sente la pesantezza, la ruvidità, il gusto, il rumore, il colore e il profumo delle cose. Ha ragione Chesterton nel dire che quando il bambino gioca a costruire, o ritagliare, o colorare, egli abita sul margine di una soglia suprema. Il nostro scatolone dei Lego è tutto un putiferio, poi, quando padre e figlio si mettono seriamente a giocare, le mani cominciano a pescare, a scegliere i pezzi giusti per un progetto chiaro. Il bello è proprio veder saltar fuori «qualcosa» da quella caterva di mattoncini: magari un animale, o una nave, o un aereo. E allora si comincia: i pezzi blu da una parte, quelli bianchi dall’altra; quelli stretti e lunghi da una parte, quelli quadrati dall’altra. E così via. Sul margine di quella soglia suprema, il papà «che costruisce» sta abitando insieme al figlio quel che fu l’inizio di tutto, la Genesi. «E separò la luce dalle tenebre», poi le acque dalla terra e poi pesci nell’acqua dalle altre bestie sulla terra. E così via. L’indistinto, la neutralità non sono un lieto fine, furono un oscuro calderone primordiale da cui ci salvò la mano di un Creatore – Padre.

@AlisaTeggi

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2 commenti

  1. Andrea

    Ci vogliono tutti come il Cappellaio Matto… Ormai si deve festeggiare la la festa del non-papà e della non-mamma. Mi è passato nell’orecchio il termine “AGENDER” ed essendo curioso di natura ho navigato un po’ … E sono rimasto attonito … L’Agender è veramente il prodotto dello scollamento della persona dalla sua naturalità ontologica. Siamo così disperatamente ed ossessivamente impegnati a renderci autonomi da tutto che non ci accorgiamo che ci stiamo rendendo autonomi da noi stessi … da “Dio” si è perso un pezzo ed è rimasto un “Io” che ora si sta dividendo e quel che resta è un “I-O”…raglio d’asino che in ciel non sale…
    Non si può più dire papà e mamma in diversi stati dell’unione, ma neppure si dovrebbe dire “genitori” che indica una “generazione”. Ma ciò che non genera non si ri-genera neppure. Non si genera più ma si “produce e/o riproduce” e il prodotto per sua definizione è merce di scambio. Così quello che ho “fatto io” lo posso disfare prima o dopo il suo completamento (nascita). La cosa buffa è che nessuno di coloro che che propugna queste teorie vorrebbe per sé che gli fosse capitato qualcosa di simile … nessuno vorrebbe (se non come impronta ideologica) non essere nato. È il frutto amaro della disaffezione a sé. Ha ragione Papa Francesco che oggi ha detto che per amare tutto (e nulla se è vero resta fuori…NULLA!) bisogna amare se stessi ed avere cura di sé. In questa epoca di contrasti esasperati e odii estremi, sia la Sua la strada per la pacificazione di sé con se stessi, nella coscienza del senso originale del vivere, per poterci riconciliare con la vita. Pasqua passaggio e ritorno ad un io unito, così cosciente di sé che trova il suo Tu prima in sé che negli altri. Auguri davvero a tutti i Papà come … Anzi meglio di me…

  2. giuliano

    decenni di predicazione progressista hanno trasformato la festa del papà nella festa al papà

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