
Attacco chimico in Siria. C’è un problema di affidabilità delle fonti

Sarebbero almeno 72 le vittime di un attacco aereo nel nord-ovest della Siria, a Idlib, in un area controllata dai terroristi di Al-Nusra. Tra queste, almeno 20 bambini. Tutti sarebbero stati uccisi da gas tossici e da un secondo attacco su un ospedale che stava curando i feriti a Khan Sheikhun. Il principale indiziato è il regime di Bashar al-Assad.
CHI VERIFICA? Perché usiamo il condizionale? Perché non è la prima volta purtroppo che si verifica un caso di questo tipo nell’ambito della guerra siriana, che va avanti da sei anni. Già nell’agosto del 2013 Assad è stato accusato di avere attaccato con il gas Sarin una zona controllata dai ribelli, al-Ghouta, nella periferia di Damasco. Allora, come oggi, la rete nel giro di poche ore è stata inondata da foto e video orribili, la cui provenienza è però dubbia e non verificata. Non si tratta di assolvere o giustificare Assad (è un crudele dittatore), né di negare la realtà, ma c’è un problema di natura giornalistica.
L’UNICA FONTE. La zona attaccata è off-limits e le notizie su questo attacco, come tanti altri, pubblicate da tutti i giornali del mondo arrivano da un’unica fonte: l’Osservatorio siriano per i diritti umani. Al di là del nome, questa organizzazione con sede a Coventry nel Regno Unito non ha tutti i crismi dell’imparzialità. Finanziata dal governo inglese, è gestita da una sola persona, Rami Abdel Raman, che si avvale dell’aiuto di quattro collaboratori in loco e che riceve le sue informazioni sulla Siria esclusivamente da fonti ribelli. Rami Abdel Raman è un ex commerciante il cui vero nome è Osama Suleiman. Incarcerato tre volte in Siria, è scappato dal paese nel 2000 dopo l’arresto di due soci legati alla Fratellanza Musulmana.
TEMPISTICA SOSPETTA. Con questo, ancora una volta, non si vuole insinuare che le notizie fornite dall’Osservatorio siano false ma la loro affidabilità non è provata. Per quanto riguarda l’attacco del 2013, che per poco non ha provocato la catastrofe dell’intervento americano desiderato da Obama e poi sventato, ci sono molti dettagli che a distanza di quattro anni ancora non tornano: innanzitutto la tempistica sospetta. Come ricorda l’inviato di guerra Gian Micalessin sul Giornale, «il misterioso attacco si verificò poche ore dopo l’arrivo nella capitale di una commissione di osservatori dell’Onu incaricati proprio di indagare sull’uso delle armi chimiche». Inoltre, «il rapporto finale dell’Opcw (Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche) presentato nel dicembre 2015 ha escluso qualsiasi compatibilità tra il gas Sarin utilizzato nell’agosto 2013 e quello trasferito dai depositi siriani e distrutto sotto il controllo dell’organizzazione».
FIDARSI DEI TERRORISTI. Questa volta, continua Micalessin, «l’attacco avviene alla vigilia della “Conferenza sul futuro della Siria” organizzata dall’Ue e guidata da Nazioni Unite, Germania, Kuwait, Norvegia, Qatar e Inghilterra». Infine, la zona attaccata è controllata dai terroristi di Al-Nusra, costola siriana di Al-Qaeda, che si è macchiata al pari di Assad di crimini di guerra e contro l’umanità e che non brilla per affidabilità o pietà, visto che per anni ha usato oltre 200 mila civili di Aleppo Est come scudi umani.
«UN ESEMPIO ELOQUENTE». Come scrive oggi sul Foglio Daniele Raineri, è proprio per colpa dei jihadisti che è impossibile recarsi in loco a verificare l’attacco: «Per dare un esempio eloquente della situazione: uno dei dottori che ieri riceveva le vittime dell’attacco chimico è il volontario britannico Shajul Islam, che oggi lavora in ospedale ma nel 2012 era pro Stato islamico e fu coinvolto nel primo sequestro del reporter inglese John Cantlie. Per questa ambiguità letale e diffusa, oggi esperti e giornalisti stranieri non possono raggiungere il sito dell’attacco». La prudenza, dunque, è d’obbligo.
Foto Ansa/Ap
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